La Liberazione
In gennaio ’45 la Resistenza inizia la riorganizzazione: si raccolgono armi,
si riprendono i contatti, col CLN di Udine, con il Comando regionale veneto,
con i centri di direzione di Milano: in bicicletta, con mezzi di fortuna,
in treno centinaia di donne portano messaggi, direttive in un senso e nell’altro.
Non ci sono grandi azioni militari, perché sarebbero troppo rischiose in un territorio
ormai saldamente in mano degli invasori, ma continuano i sabotaggi, gli attacchi
a sorpresa al nemico.
Un’azione partigiana però fa grande impressione sull’opinione pubblica
e viene ufficialmente elogiata dagli anglo-americani:
l’assalto , il 7 febbraio 1945, da parte di una piccola formazione,
alle carceri di Udine in cui penetra con un espediente:
alcuni vestiti da tedeschi si presentano fingendo di aver arrestato dei partigiani.
L’azione, che non provoca nessuna vittima tra
i patrioti, porta alla liberazione di una trentina
di incarcerati, alcuni già condannati a morte.
Purtroppo lo stesso giorno avviene alle “malghe di Porzûs” un’azione funesta:
la cattura da parte di partigiani garibaldini di 17 partigiani osovani, poi uccisi, parte subito,
parte nei giorni seguenti.
Continua la dura repressione dei tedeschi.
Mentre partono dalla stazione di Udine gli ultimi treni di deportati in Germania, continuano le esecuzioni di partigiani:
in gennaio/febbraio 9 fucilati a Pordenone;
16 condanne a morte eseguite in località diverse per amplificarne l’effetto
(a Gemona, Tarcento e Tricesimo);
8 a Mezzomonte (PN),
23 al cimitero di Udine, in risposta all’attacco alle carceri;
29 il 9 aprile nel cortile delle carceri di Udine, tra i quali due notissimi comandanti partigiani:
“Tribuno” (Mario Modotti) e “Guerra” (Mario Foschiani).
In aprile gli alleati iniziano l’attacco finale.
Il 21 entrano a Bologna, quindi procedono nella Pianura Padana.
Ai comandi partigiani chiedono di non ostacolare le trattative di resa con i
tedeschi, di difendere gli impianti industriali e i servizi fondamentali e di attendere l’avanzata militare.
Ma La Resistenza ha altri programmi: ha già pronti i suoi pianiper l’insurrezione generale, perché vogliono dimostrare agli alleati che
gli italiani sanno governarsi da soli.
In tutti i paesi dove già non ci sono, anche
i più piccoli, devono essere creati i CLN
che devono predisporre gli organismi
deputati al governo, ai servizi e all’ordine pubblico.
E così avverrà quasi ovunque: gli alleati entreranno in città festanti già liberate,
con i sindaci insediati, i servizi (acqua,
luce, trasporti) funzionanti e l’ordine
pubblico garantito dai partigiani in armi.
In Friuli la situazione è particolarmente pericolosa perché queste terre diventano
le ultime percorse da un esercito in rotta
verso l’Austria.
I dirigenti della Resistenza devono essere
molto cauti nel dare l’ordine
dell’insurrezione generale, perché paesi già liberati possono essere nuovamente invasi
da divisioni tedesche in ritirata.
E d’altra parte è difficile frenare una marea
di giovani armati e entusiasti di fronte alla sconfitta del nemico.
Così accadde a Terzo d’Aquileia (13 fucilati)
e a Cervignano (25 fucilati) il 29 aprile;
e a Ovaro (18 vittime) il 2 maggio, giorno
in cui il Friuli è funestato anche dalla orrenda strage di Avasinis: 51 civili massacrati
da un gruppo SS, ubriachi e assetati
di vendetta.
A Udine l’insurrezione avviene la sera del 29 aprile;
la mattina del I° maggio, la città è liberata e sui muri è appeso il
decreto per la presa del potere firmato dal CLN Provinciale, in cui sono designati il Sindaco, il Prefetto, il Questore, il Presidente
del Tribunale del Popolo che immediatamente assumono le loro cariche.
Tra due ali di folla festante, nel pomeriggio sfilano gli alleati per viale Venezia.
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