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CRONOLOGIA RESISTENZA FRIULANA > GIGI RAIMONDI: FRIAUL PROVINZ

Scheda n. 1

Comunicato del Tribunale Speciale tedesco, 30 gennaio 1945



Il comunicato contiene inesattezze: le esecuzioni sono avvenute il 31 gennaio, l'1 e il 4 febbraio; ci sono poi errori nei nomi, nei luoghi e nelle formazioni.

Il processo del Tribunale speciale

La situazione militare.

ALLA FINE DEL 1944 e al principio del 1945 in tutto il Friuli si era, anche dopo il noto proclama
del 13 novembre 1944 lanciato ai partigiani dal Generale Sir H. R. Alexander, in una costante, se
pur ridotta attività militare contro l’occupatore.
L’Esercito italiano clandestino del nord, il CVL, apriva la strada alle Forze Armate alleate con
sabotaggi alle comunicazione stradali e ferroviarie, con minamenti e distruzioni specifiche di ponti,
di depositi di munizioni, con attacchi a presidi germanici e collaborazionisti, con eliminazione di
pattuglie e di singoli nemici, con imboscate e assalti temerari, per sgomberare lo spazio della
regione tra il Livenza e il Tagliamento, considerato strategico dai Comandi superiori delle Forze
Armate tedesche.
Basta osservare i percorsi delle grandi strade per rendersi conto dell’importanza del territorio e del
momento di cui stiamo parlando: nello specifico c’interessano le Strade Statali n° 13 e n° 52 con la
diramazione n°52 bis, parallele per molti chilometri alla ferrovia Venezia - Vienna.
Quanto necessarie lo fossero apparve ancor più evidente verso la fine della guerra, tanto da ritenerle
una delle cause del prosieguo, in Friuli e in Carnia, delle ostilità per giorni e giorni, ben oltre il 25
Aprile.
Anche gli Alleati tenevano quelle strade nel massimo conto militare. Bombardavano, spezzonavano,
mitragliavano la fascia del territorio in cui si snodavano, mantenendo costanti contatti con le proprie
Missioni Militari e con i nostri Comandi Partigiani, tanto da chiedere loro che, durante la ritirata, si
costringessero, con pressioni ai fianchi, le colonne nemiche a tenersi sulla n° 13, la Pontebbana
detta anche la Tresemane (e la Nazionale) per attaccarle più agevolmente, salvando così le vie
interne che attraversavano paesi e cittadine.
PROPRIO LUNGO LA PONTEBBANA furono colpiti per rappresaglia i sedici partigiani che qui
ricordiamo, mettendo crudelmente in pratica il principio espresso a suo tempo da un Ufficiale
tedesco al “cosiddetto” Maresciallo Hans Kitzmüller, interprete presso la SD - SIPO di Udine.
“… mi occorre gente non per castigarli, ma per un’azione di rappresaglia che deve diffondere il
terrore…”. Terrorismo e, di conseguenza, rastrellamenti per procurarsi ostaggi da tenere “pronti”,
soprattutto a Udine, nelle Carceri di via Spaiato, luogo tristemente famoso dai primi agli ultimi
giorni dell’occupazione della “Friaul Provinz”.
Numerosi e pesanti rastrellamenti, per ciò che interessa il presente studio, furono attuati nella zona del pordenonese, nei settori in cui era attivo il Gruppo delle Brigate Garibaldi
della Destra Tagliamento e Reparti della Divisione Osoppo - Friuli, dalla Pedemontana alla pianura, ricca di piccoli e medi centri abitati i cui cittadini erano prevalentemente dediti all’agricoltura e all’industria minore. Una nota dal Diario della Divisione Garibaldi Mario Modotti così denuncia la situazione fra il 20.11.1944 e il 20.1.1945: “In questo periodo i rastrellamenti sono arrivati al massimo perciò i partigiani di tutti i Btg. vengono riuniti in piccoli nuclei, mandando a casa gli ammalati e i meno compromessi. I nuclei continueranno così ad operare nei due mesi seguenti in forma individuale pur restando collegati con i rispettivi Comandi... I nuclei vengono soprattutto impiegati alla soppressione delle spie e alla riorganizzazione dei quadri politici e militari...”.
In tali frangenti la Wehrmacht, le SS e la SD-SIPO agivano con reazioni attentamente approntate,
tanto che possiamo ben comprendere i momenti di tensione allorquando “le foglie cadute non
permettono di vivere alla macchia in gruppi grossi… qualunque riparo è immediatamente
individuato. Molti partigiani vengono arrestati ed internati in galera o fucilati... la Dante Di Nanni è
ridotta a 36 partigiani attivi e a 38 patrioti a disposizione, in casa… perde diversi partigiani feriti
che vengono catturati dai tedeschi (19.1.1945)...”.
Il giorno successivo, 20.1.1945, dai Diario della Brgt. Anthos apprendiamo che l’unità partigiana
“…perde molti uomini che vengono catturati nei rastrellamenti...”.
Il 31.1.1945, a Rivarotta, sono impiccati 15 partigiani, catturati il 19 dello stesso mese e, infine,
calcolando le perdite della Resistenza in Friuli dal 2.12 1944 (uccisi a Meduno) all’11.2.1945
(uccisi a Udine), ci troviamo di fronte a più di cento Volontari della Libertà passati per le armi,
fucilati o impiccati dai tedeschi o dai collaborazionisti.

Cattura e processo degli ostaggi
I SEDICI PARTIGIANI, per quanto fino ad oggi ne sappiamo, erano fra i “meno compromessi”,
perché clandestinamente inseriti nei quadri del lavoro obbligatorio controllato dalla TODT, anche
se, pur sempre a disposizione per azioni su ordine dei propri Comandi. Sette appartenevano al
Gruppo Brigate Garibaldi Destra Tagliamento: uno alla Brgt.Dante Di Nanni; quattro alla Anthos,
uno alla Nievo-B; di uno, nei documenti compulsati, non viene specificata la Brgt.
Tre erano della Divisione Garibaldi Natisone: due alla Brgt. Buozzi, uno al Btg. Mameli,
probabilmente erano rimasti staccati dai propri reparti in quanto la Natisone, allora, era giù in
Slovenia agli ordini operativi di un’Unità alleata, il 9° Corpo d’Armata dell’EPLJ. Uno era della
Divisione Garibaldi Sud Arzino, un altro della Divisione Garibaldi Friuli e uno ancora, della
Divisione Osoppo Friuli, anch’essi non inseriti nel grosso dei propri reparti, ma isolati, forse a casa o nella TODT. Tutti vennero arrestati fra il 6 e il 15 gennaio 1945, in un’area relativamente ristretta.
Condotti in carcere, furono processati da una Corte presieduta da giudici nazisti, simile nella sua
composizione a quella che aveva giudicato Fritz e i suoi compagni (10.12.1944) e che avrebbe
condannato i 29 fucilati nelle Carceri di Udine (14.3.1945). Non tratto di altri processi, in quanto
possiedo informazioni certe solamente sui due appena citati. Del primo ne parla Johannes
Kitzmüller nel suo Diario, del secondo scrive il notaio Marzona, partigiano osovano condannato a
morte nel processo del marzo: “. . . raggiungemmo il palazzo dei tribunale in via Treppo...
trovammo la Corte giudicante che era composta da tre membri in borghese; al centro sedeva uno
che mi parve più magistrato che militare; al lato destro della Corte... c’era l’ufficiale della SD che
svolgeva funzioni di pubblico ministero. L’ interrogatorio del tutto formale fatto in tedesco e
tradotto con molta approssimazione da una specie di cancelliere in divisa seduto a latere, consisteva sempre nelle stesse domande: sei partigiano? hai ucciso tedeschi? perché eri in montagna?
Qualunque fosse la risposta nessuno prestava attenzione, comunque non ricordo che si procedesse a verbalizzarla…”.

IL PROCESSO SI SVOLSE il 30gennaio dei 1945 in Udine, nella sede del Tribunale di via Treppo,
com’era consuetudine. Per certo i membri della Corte dovevano essere il Comandante delle SS e
della Polizia della Provincia del Friuli, lo Sturmbannführer Jacob Ludolf von Alvensleben nonché
dei tre Comandanti della SD - SIPO: il Ten. Col. Paul Moller o i Capitani Franz Stanglica e
Borchard. Il Giudice proveniente da Trieste era compreso in questa rosa di nomi: Paul Messiner,
Hinteregger, Wilhelm Sassarak.
Le accuse furono esplicite: “appartenenti attivi a gruppi di banditi, parteciparono direttamente a
crimini compiuti…”. E, in dettaglio: a) “il 30 dicembre 1944 il Consigliere Tecnico della O. T.
Kufrasz (altrove Kufratz, nda.) venne proditoriamente assassinato nei pressi di Flaibano da banditi”.
- b) “ Il 13 gennaio del 1945 nei pressi di Pers due soldati germanici e un soldato italiano
(collaborazionista, nda) e tre cosacchi (collaborazionisti, nda.), già feriti, furono depredati e
barbaramente assassinati da banditi ”. – c) “...e di altri vili attentati dei fuorilegge”.
In calce, un codicillo: “Nei riguardi di Lena Silvio, resosi a suo tempo colpevole dell’uccisione di
tre fascisti repubblicani (collaborazionisti, nda.) in Portogruaro e inoltre dell’uccisione del fascista
repubblicano Nardini (collaborazionista, nda.) in S. Vito al Tagliamento, in presenza della di lui
moglie e dei suoi piccoli bambini...”.

Le esecuzioni
QUESTA DUNQUE LA SITUAZIONE al 30 gennaio del 1945. Un comunicato alla stampa e
l’affissione di un Comunicato sui muri della città conclusero la giornata, in fretta, tanto da
comunicare che le esecuzioni erano già avvenute nel giorno stesso della con danna.
Il Popolo del Friuli divulgò la notizia “sabato 3 febbraio 1945 XXIII E. F. “a pagina 2, nella
Cronaca di Udine sotto il titolo: “La. condanna a morte di sedici banditi” vi si il produceva il
contenuto del manifesto tedesco, mentre nella stessa pagina comparivano:
“l’invito ad arruolarsi nella Luftwaffe, l’esecuzione di un concerto alla Scuola Ufficiali della
MDTOP al Liceo Classico Stellini, il furto della radio al parroco di Fratta, un furto di galline fra le
macerie prodotte dai bombardamenti e il bollettino demografico del Comune di Udine, con una
netta prevalenza dei morti sui nati: 14 a 2”.
Anche il foglio fascista, diretto da Federico Valentinis, diede per eseguite le sentenze sia quelle per fucilazione che l’altra per impiccagione il 30 gennaio 1945. Il che non era vero. Infatti i partigiani furono eliminati lungo la Pontebbana, in tre località diverse: Gemona, Tarcento, Tricesimo nell’ordine cronologico che presentiamo di seguito.

OSPEDALETTO di GEMONA, 31 GENNAIO 1945, MERCOLEDI’: alle ore “sette e minuti
nessuno” furono uccisi i primi due del gruppo, Gino Grafitti e Silvio Lena che vennero strangolati
da Militi fascisti. Abbiamo un’ informazione data allo studioso di storia locale e friulanista
Gianfranco Gubiani di Gemona dal partigiano guastatore Ezio Bruno Londero suo concittadino,
della Divisione Osoppo operante nella Valle di Ledis, che combatté nel territorio circostante e nelle Valli del Torre.
Egli narra il fatto, lasciando errati i due cognomi che forse allora non conosceva nella versione
esatta, quale appare sulla lapide, a Gemona, che ricorda anche i Caduti del 18 dicembre 1944.
“La vicenda di Leda (sic) - racconta Ezio Bruno Londero - ebbe un epilogo particolare in quanto,
dopo essere stato catturato, venne portato assieme a Grafitti (sic) Gino, nella casotta del Tiro a
Segno, sull’argine del torrente Vegliato: Leda e Grafitti vennero legati ad una sedia con una corda.
Un’altra corda venne poi cinta attorno al collo e i due capi vennero presi da due miliziani (militi
della MUTOP, nda.) che tirarono in senso opposto fino a strangolare i due malcapitati. Alcune ore
dopo, il gruppo dei miliziani che aveva svolto l’azione di strangolamento si trovava all’osteria “da
Cisotto”che stava di fronte alla caserma della Milizia. Il gruppo cantava beveva rideva vantandosi
di aver ucciso anche quel giorno due ribelli”. E ancje vuei in vin fats fur doi! Ogni ore un di
mancul!” dicevano. In quel momento entra il barbiere che aveva il salone accanto alla caserma,
poco più in su dell’osteria e, ascoltando i vanti di questi miliziani, disse loro: “Ma che baggianate
dite. Uno di questi sta meglio di noi”. “Come?” chiese uno dei miliziani. Il barbiere raccontò allora
che uno dei due era stato rianimato da alcune persone e portato in una famiglia di Stalis. I miliziani, inferociti, presero il motocarro che avevano a disposizione e si recarono subito nella famiglia dove si era rifugiato l’uomo. Lo prelevarono e lo uccisero con un colpo di pistola.
Da allora il Leda venne definito come “l’uomo ucciso due volte”. Di norma - conclude Ezio
- a una persona che scampa alla forca per motivi fortuiti, viene concesso il diritto alla vita: ma a
quei tempi non si usavano galanterie di questo tipo”.
Lena (Lenna, Leda) Silvio era nato a Pramaggiore (Ve) da Giovanni e Malvina Meroli, il 25.8.1918
ed era sposato con Ofelia Frison; risiedeva a Chions (Pn) ed era operaio. Apparteneva alla Div.
Garibaldi Destra Tagliamento Mario Modotti, Brgt. Nievo, col nome cli battaglia “Pippo 2°” e,
prima, di “Tigre”; l’ IFSML di Udine lo dice “residente a Zoppola e tumulato ad Azzano Decimo”.
Grafitti Gino era nato a Meduno (Pn) da Silvio e Maria Magnan, il 18.2.1918, era residente a
Meduno, celibe, faceva il mosaicista. Apparteneva alla 1° Div. Osoppo Friuli, 4° Brgt., Btg. Patria
col nome di battaglia “Nino”. È stato tumulato a Meduno. Nel Comunicato tedesco compare col
cognome “Graffati”. G.A. Colonnello, in “Guerra di Liberazione in Friuli”(Ed. Friuli, 1965, Udine)
a pagina 79 cita fra i fucilati un Grafitti Gino, partigiano di Meduno, col nome di battaglia “Nino”.

TARCENTO, 1° FEBBRAIO 1945, GIOVEDÌ: vengono messi al muro otto partigiani: Aleo
Francesco, Canon Adriano, Frittaion Bruno, Li Pomi Angelo, Longo Cesare, Marcuz Elio, Putto
Giannino, Zaffuto Carlo.
Ho reperito nella Biblioteca del Seminario Arcivescovile, Archivio Osoppo Resistenza Friuli, una
testimonianza scritta a Ronchis (UD), nell’agosto del 1965 da don Celso Gloazzo della Pieve
Arcipretale S. Pietro Apostolo di Tarcento, nella quale parla della terribile mattina.
“… Gli otto partigiani uccisi a Tarcento per fucilazione a fianco del cimitero erano: un siciliano (il
salvato), un romano (commissario politico) due o tre di Azzano X, uno di San Daniele del Friuli, gli
altri non so. L’ufficiale tedesco incaricato dell’esecuzione affermò che era stato deciso di portarli a
Tarcento per fucilarli allo scopo di intimidire le formazioni partigiane operanti nella zona. Gli otto
erano stati prelevati in un campo della TODT presso Azzano Decimo. I loro nomi furono trascritti in
Municipio, come mi assicurò l’allora Segretario comunale Sig. Salvatore Addo B. Il sottoscritto che
aveva preso nota dei nomi e degli indirizzi, purtroppo non conservò nulla”.
E, antecedentemente:
“DOPO PREAVVISO ALLA SERA precedente, alle quattro del mattino (dell’uno febbraio, nda.)
Don Gelso (non usa l’io soggettivo, nel racconto, nda.) preso con sè il SS Sacramento,
accompagnato da scorta tedesca si porta in via Udine dove sosta la corriera giunta da Udine con i
condannati: il sacerdote deve insistere molto per poter salire sulla corriera; quei giovani lo
accolgono con grande sospiro; sono legati mani e piedi ognuno ha qualcosa da dire di commovente e personale; poi recitano a chiara voce (quasi bimbi della prima Comunione) l’atto di dolore e ricevono devotissimamente l’Assoluzione e Comunione. Viene scritto cognome e nome e indirizzo di ognuno, (che poi don Gelso perdette, nda.)
Quindi si scende e per una stradetta di campagna si raggiunge il cimitero. Vengono schierati fra due gelsi; a distanza di circa m. 3, il plotone di esecuzione. Il Sacerdote passa an cora accanto ad
ognuno offrendo il Crocefisso a baciare, con una carezza e benedizione, poi si ritira a fianco del
plotone e dice forte: “Siete vicino al Paradiso, basta soffrire, perdonate a chi vi fa del male, dite di
sì”. Risposero forte in coro: “Sì”
Uno aggiunse: Viva l’Italia. La scarica. Piombano addosso i soldati per il colpo di grazia; anche il
sacerdote corre fra di essi per l’Estrema Unzione; colpi secchi, rantoli, preghiere si confondono
insieme; il sacerdote si alza. e dice indignato al comandante: “Basta’”. Il Comandante ordina di
cessate, stringe la mano al Sacerdote chiedendo scusa del grave dovere compiuto.
(La sera precedente lo stesso comandante aveva confidato di essere uno studente di teologia in un istituto religioso).
Tolte le corde e le scarpe alle vittime i soldati tedeschi inquadrati ritornano alla loro caserma;
giungono 5 uomini di Tarcento con due scale per il trasporto nel cimitero delle salme. Trasportati i
primi due, si vede un uomo fuggire verso la collina di Segnacco, sul terreno solo cinque salme. Che fare? I tedeschi sarebbero tornati per controllo al momento della sepoltura. Si decide di aspettare 30 minuti per dar tempo al fuggitivo di salvarsi, se possibile, poi un uomo va ad avvertire i tedeschi.
Accorre una pattuglia, fortunatamente invano. Si unisce la pietosa opera di trasporto delle salme;
suona la campana del mattino, il sacerdote sosta ancora a pregare poi si allontana con un po’ di
gioia nel cuore; anche qualche tedesco sorride...”.
Perché almeno uno era vivo e libero!

IL SALVATO ERA IL SICILIANO Francesco Aleo. Poiché la sua ci è sembrata un’avventura
incredibile, ci siamo collegati con il suo Comune di nascita; il Responsabile dell’Ufficio Anagrafe
di Barrafranca (Enna) signor Francesco Cosca e il signor Calogero Tummino si sono interessati al caso:
“...Da informazioni con i parenti si rileva che la storia fosse conosciuta solamente dai parenti i quali ricordano che lo zio avesse un buco in una mano a seguito di questa storia...”.
Francesco Aleo era nato a Barrafranca il 5.11.1914, era coniugato con Filippa Guerrieri e faceva il
contadino. Era partigiano col nome di battaglia “Sacco”, era però nella TODT quando fu arrestato.
Padre di cinque figli viventi in Germania, “dopo la guerra era emigrato a Torino in cerca di
occupazione; rientrato negli anni 60 si trasferì in Germania a Bieinghem (Bietighew&, Bisslngeii,
nda.), nei pressi di Stoccarda insieme alla famiglia, dove morì il 25.9.1986... Vorremmo anche noi
fare in modo che il sacrificio fatto dal compagno Partigiano restasse come memoria utile affinché le generazioni possano capire tale momento storico ripudiando il fascismo e il nazismo…”.
Attraverso ulteriori ricerche Ottavio De Monte, Vice Presidente dell’ANPI tarcentina, ha ricevuto
dal figlio maggiore di Francesco, il signor Giuseppe abitante in Germania, una lettera - memoria,
datata 7.3.2005, che riporta il racconto fatto dal padre al figlio.
Ne pubblichiamo alcuni frammenti: “Mio padre aveva fatto il militare: poi fu richiamato per la
guerra, durante la guerra tanti soldati si sperdevano così rimase lui (con dei compagni, nda.) e
furono presi prigionieri dei tedeschi… che volevano sapere i nomi dei compagni... ma mio padre
non li svelava... Così l’anno condannato a morte e l’anno fatto confessare, ma lui non si voleva
confessare… (perché non gli sembrava giusto dover essere fucilato, nda.) perché lasciava a sua
moglie ed un figlio che ero io. Ma poi... si confessò e raccontò al prete che la notte si era sognato
una cavalla che correva a tutta velocità… il prete le (a lui, nda.) infondeva coraggio... La notte c’era
la luce della luna che sembrava giorno… ci anno tolto le scarpe e la cintura.., per terra c’era neve
abbondante... lui era il quinto e gridò “Viva l’Italia” gli spararono... Mio padre avuto fortuna perché
la pallottola di come fu colpito gli è uscita dalle spalle, e scorreva sangue... svenne e la mano se la portò alla fronte. Poi davano il colpo di grazia... e risparano. La pallottola rimane nella mano non è penetrata nella fronte. Infatti ricordo che la toccavo… della mano scorreva sangue in tutto il viso… anno toccato la fronte e vedendola piena di sangue si sono convinti che era morto...”.
Aleo si riprese dallo svenimento e accortosi di essere vivo “...provava ad alzarsi e cascava per terra, vedeva le guardie che si allontanavano ogni volta che si alzava faceva due, tre metri… così nel cimitero c’era una discesa, anche se le guardie si voltavano non lo vedevano. Camminava scalzo sulla neve e tutto pieno di sangue la gente che lo incontrava le dicevano - tu non te la cavi -… sperava di raggiungere Il suo battaglione... Arrivò in un fiume e vide che dall’altra parte c’era una casa… attraversato il fiume, le donne quando videro mio padre si misero a gridare, lui diceva - per favore non gridate perché sono scappato dalla fucilazione - …così l’anno fatto entrare, l’anno lavato medicato...”.
“Con l’aiuto è ritornato a casa abbracciando a mia madre e a me che ero piccolo e avevo tanto
chiesto e cercato di lui nella sua assenza. Negli anni successivi ho avuto un fratello e tre sorelle”.
Il 18 dicembre del 1948 con Suo Decreto il Presidente della Repubblica concedeva al partigiano
Francesco Aleo la Medaglia di Bronzo al Valor Militare.
Aleo non ha però trovato lavoro, né nel proprio comune né a Torino. Emigrò in Germania dove
lavorò, allevò figli e nipoti e dove morì.

“PATRIA IMMEMOR”…

IL ROMANO CUI FA CENNO il Sacerdote non era romano. Si chiamava Carlon Adriano, era nato
a Este (PD) nel 1920, fu partigiano col nome di battaglia “Riccardo” nella Div. Garibaldi Destra
Tagliamento, come Giovanni Pietro Bortolussi “Bandiera” che fu catturato lo stesso giorno
(8.1.1945). Era nella TODT. Il Comunicato tedesco lo cita come Adriano Carlo, nato nel 1920 a
Roma, un nome falso probabilmente coniato dal Carlon per tutelare familiari e compagni. Nello
stesso Comunicato è detto “Riccardo Cuor di Leone”.
Erroneamente scrive A.G. Colonnello (la data dell’esecuzione è quella indicata nel Comunicato del Tribunale tedesco, 30.1.1945) che si salvò un altro dei fucilati, il partigiano Pontoni Galdino
“Ferro”, di Remanzacco, di anni 43, anche lui coniugato con due figli. Ho cercato di dirimere un
dubbio che avevo in proposito e sono riuscito a trovare il signor Galdino Pontoni abitante a Nimis,
omonimo di “Ferro,” con il quale aveva una certa dimestichezza:
“Pontoni era stato preso dai tedeschi e colpito con tre pallottole sul collo, non a Tarcento, ma a
Cividale, sul monte che noi diciamo Mont dai Bous, dei buoi, si era però salvato. Era di Orzano
come me... Adesso è morto... era del 1922, io sono del 1926, lo conoscevo bene perché eravamo
paesani e anch’io avevo avuto fastidi dai tedeschi...”.
DOPO ALEO E CARLON CITIAMO Frittaion Bruno, il ragazzo conosciuto da uno degli Ufficiali
alpini collaborazionisti che Bruna Sibille Sizia aveva visto al cimitero, era nato a San Daniele del
Friuli da Natale e Adele Mercatali, nel 1925; era celibe, ma aveva una ragazza che molto amava.
Faceva il calzolaio ed apparteneva, con grande coscienza politica di comunista, alla Div. Garibaldi
Friuli. Anche lui fu catturato mentre lavorava sotto la TODT. Il suo nome di battaglia era “Attilio”.
Prima di morire sotto il piombo nemico scrisse due lettere, già note, che ripubblichiamo, traendole da G.A. Colonnello (op. cit. pag. 79). Dice la prima: “Miei cari, nelle mie ultime ore è più vivo che mai il mio affetto per voi e voglio dedicarvi queste ultime righe. Il nostro comune nemico vuol fare di me solo un triste ricordo per voi, per tutti coloro che mi conoscono e che mi vogliono bene. Mi hanno condannato a morte, mi vogliono uccidere. Anche nelle mie ultime ore non sono venuto meno nella mia idea, anzi è più forte e voglio che anche voi siate forti nella sventura che il destino ci ha riserbato. Datevi coraggio, sopportate con serenità tutto ciò, sperando che un giorno vi siano ricompensate le vostre sofferenze. Muoio, ma vorrei che la mia vita non fosse sprecata inutilmente, vorrei che la grande lotta per la quale muoio avesse un giorno il suo evento. Termino per sempre salutandovi e chiedendovi perdono di tutto ciò che ha potuto rattristarvi. Addio papà, mamma, Ines, Anita, salutatemi Elio il giorno che lui potrà ritornare. Addio per sempre. Bruno”; e la seconda:
“Edda, voglio scriverti queste mie ultime e poche righe. Edda, purtroppo sono le ultime, sì, il
destino vuole così; spero ti giungano di conforto in tanta triste sventura. Edda, mi hanno condannato alla morte, mi uccidono, però uccidono il mio corpo, non l’idea che c’è in me. Muoio, muoio senza alcun rimpianto, anzi sono orgoglioso di sacrificare la mia vita per una causa, per una giusta causa e spero che il mio sacrificio non sia vano, anzi sia di aiuto alla grande lotta. Di quella causa che fino ad oggi ho servito senza nulla chiedere e sempre sperando che un giorno ogni sacrificio abbia la sua ricompensa.
Per me la migliore ricompensa era quella di vedere fiorire l’idea, che, purtroppo, per poco ho
servito, ma sempre fedelmente. Edda, il destino ci separa, il destino uccide il nostro amore,
quell’amore che io nutrivo per te e che aspettava quel giorno che doveva farci felici per sempre.
Edda, abbi sempre un ricordo di chi ti ha sinceramente amato. Addio a tutti. Addio Edda. Bruno”.

UN ALTRO CASO PARTICOLARE (ma in realtà quale nonio era?) è quello di Angelo Li Pomi che
faceva parte di un gruppo di Funzionari, Sottufficiali e Guardie di Pubblica Sicurezza della
Questura di Udine che si erano rifiutati di collaborare con la Polizia germanica e che furono, in
numero di nove, arrestati e deportati nei lager nazisti su segnalazione di un loro solerte superiore
ritenuto addirittura più nazista che fascista. Non fecero ritorno.
Altri due agenti della P.S. entrarono nelle formazioni partigiane del CVL e intrapresero la lotta
armata: Amelio Sguazzin, caduto combattendo contro i tedeschi ad Arba, MAVM alla Memoria, e
Angelo Li Pomi, detto Liponi nel Comunicato Germanico. La grafia del cognome è stata
definitivamente corretta, dopo un’indagine presso il Comune di origine.
Angelo era nato a Cerda (PA) il 24.8.1914 da fu Salvatore e da Salvatorina Liberti. Celibe, risiedeva a Udine per ragioni di servizio; entrò nella Resistenza come partigiano garibaldino nella Div. d’Assalto Garibaldi Natisone, Brgt. Mameli, col nome di battaglia “Palermo”. Anche lui era come partigiano clandestino nella TODT quando fu arrestato. E’ stato tumulato a Tarcento.
Il quinto Caduto il 1° febbraio 1945, sempre al cimitero di Tarcento, si chiamava Longo Cesare,
figlio di Narciso e di Rosa Bonetto era nato il 10.7.1923 a Grantorto (PD); era celibe, faceva
l’operaio e risiedeva ad Azzano Decimo (PN). Apparteneva alla Div. Garibaldi Destra Tagliamento
Mario Modotti, Brgt. Anthos, col nome di battaglia “Giorgio”. Anche lui lavorava nella TODT e fu
arrestato il 15.1.1945 ad Azzano Decimo; condotto in carcere il 19.1.1945, fu scarcerato per ordine
della SIPO l’1.2.1945, per essere condotto alla fucilazione.
Marcuz Elio è il sesto fucilato; figlio di Marino e di Angela Moro, era nato ad Azzano Decimo
(PN), l’1.2.1923 e risiedeva a Basiliano; era celibe e faceva il contadino. Nella Resistenza aveva il
nome di “Trim” e militava nella Div. Garibaldi Friuli Destra Tagliamento, nella Brgt. Anthos, nel
Btg. Fosco ed era comandante della 2° squadra del Comando di Btg. Era nella Todt, quando fu
catturato ad Azzano Decimo il 7.1.1945. Fu tradotto in via Spalato, a Udine il 14.1.1945, donde fu
“dimesso” il 1° febbraio 1945, per essere condotto a Tarcento e fucilato. Nell’Elenco delle Carceri
di Udine figura, imprecisamente, nato il 31.2.1923.
Anche per Putto Giannino, il settimo “giustiziato”, ho scoperto delle differenze nei dati riportati nei
documenti che ho esaminato. Nacque ad Azzano Decimo (PN) da Sante e Lucia Lovisa, il
15.2.1924; combatteva nella Div. Garibaldi Destra Tagliamento, Brgt. Anthos, col grado di
caposquadra e il suo nome di battaglia era “Pronto”. Non coniugato, faceva il contadino; era nella
TODT allorché fu preso dalla SIPO il 6.1.1945. Incarcerato il 14 dello stesso mese, fu “rilasciato”
l’uno di febbraio per essere fucilato. Interessa segnalare che altre fonti lo dicono arrestato a
Pordenone (in contrasto con gli altri arrestati della TODT, tutti presi ad Azzano Decimo). L’IFSML
di Udine, erroneamente, lo dà come “Caduto in combattimento a Tarcento l’1.2.1945”.
Zaffuto Carlo, Pietro nel Comunicato del Tribunale nazista, è l’ottavo dei Caduti di quel primo di
febbraio, un giovedì. Egli è un altro siciliano, di Grotte (AG), che colà nasce l’8.6.1918, ma che
risiede a S. Quirino (PN); è figlio di Adriano e di Rosa Ciranni. Non abbiamo riferimenti riguardo la
sua Formazione partigiana anche se ha un nome di battaglia: “Angelo”. Sappiamo che era nella
TODT. Nell’Elenco del Comune di Tarcento è Callogero, mentre in quello delle Carceri di Udine è
Calogero. Fu catturato a Torre di Pordenone il 6.1.1945 e trasferito alle Carceri di Udine il
14.1.1945, da dove fu portato a Tarcento il 1° febbraio 1945, per essere fucilato.
TRICESIMO, 4 FEBBRAIO 1945, DOMENICA: Lo storico Elpidio Ellero, nella sua recente opera
su Tricesimo, usa per qualificare la città un termine che definisce la situazione in cui essa fu
costretta a vivere durante il periodo 1943 -1945: “cittadella assediata”.
Difficilissime da condursi furono le operazioni della Resistenza, poiché Tricesimo era fortemente
difesa come centro direttivo per reparti militari e polizieschi germanici e collaborazionisti, nonché
sede di direzioni tecnico-amministrative di fabbriche che lavoravano coattamente per i nazisti.
Tricesimo subì nel febbraio del ‘45 un’ ulteriore minaccia, ben chiaramente indirizzata contro ogni
tentativo di innescare attacchi partigiani allo scoperto o azioni di sabotaggio.
Infine è noto che Tricesimo era centro di arruolamento clandestino, di smistamento di coloro che
entravano nella lotta armata contro l’occupatore, nonché d’intendenza per il vettovagliamento delle
Formazioni di montagna e per il finanziamento della lotta armata. Essendo un’area sospetta veniva considerata “Zona di Bande”. Con la fucilazione dei sei partigiani, i nazifascisti cercarono di
annullare ogni tentativo di resistenza, che, pur proseguendo con maggior prudenza e sotto una più attenta copertura, non cessò di apportare il proprio determinante contributo alla liberazione
dell’importante Area del Tricesimano - Tarcentino. Ma, per riandare all’esecuzione di quel giorno,
riportiamo quanto scritto dal professor Gino Pieri nelle sue “Storie di Partigiani”, frammento già
ristampato nel 1985 in un opuscolo dell’ANPI di Tricesimo, in occasione del 40° della Liberazione.
Essendo la prima fonte scritta conosciuta, abbiamo ritenuto, come è avvenuto per gli scritti di altri
Autori, che qui ringraziamo, di riproporla parzialmente.

“IL MIO INFORMATORE ABITA in una di quelle case periferiche di Tricesimo disseminate sui
margini della strada provinciale Pontebbana, nel tratto di essa che si dirige verso Gemona
costeggiando la collina sulla quale è il Cimitero. Ecco il suo racconto.
Stamane (4.2.1945, nda.) verso le sette e mezzo ho sentito alcuni colpi di fucile non lontani dalla
mia casa. Sono corso alla finestra, e ho visto un giovane che scendeva di corsa dalla collina ed era inseguito da tre militi i quali gli sparavano contro; egli è stato colpito ed è ruzzolato a terra, poi si è rialzato, ha percorso ancora una diecina di metri, quindi è caduto di nuovo. I militi lo hanno
raggiunto e gli hanno sparato addosso coi moschetti una decina di colpi.
Mi sono precipitato fuori della casa e sono corso accanto al disgraziato gridando ai militi che per
carità smettessero. Mi hanno risposto con mala grazia:
- Andatevene via e badate ai fatti vostri —
E sono tornati indietro risalendo la collina. Intanto da questa scendeva un altro milite, un giovinetto che avrà avuto si e no sedici anni, si è avvicinato al caduto e si è accorto che muoveva una mano.
Ha gridato agli altri: - Venite giù, tornate indietro, che non è morto -. E rivolto al disgraziato ha
urlato rabbiosamente: - Apri gli occhi, can d’una carogna! - Questo ha aperto gli occhi e il milite gli
ha sferrato un violento calcio nel costato. Allora l’infelice ha detto con un filo di voce: - No ste a
coparme! No ste a coparme! Saludé me mare! -
lo mi sono abbassato su di lui, mentre i quattro militi un ingiungevano di allontanarmi.
- Lasciate che parli! - ho protestato - Non vedete che sta per morire? E gli ho domandato:
- Di dove sei? - Di Zoppola. - Come ti chiami? - Mi chiamo Giovanni Bortoluzzi.
Allora il milite ha perduto la pazienza, ha imbracciato il moschetto e gli ha sparato contro sei o sette colpi gridando: - Mori, can! -

MA QUELLA MATTINA ALTRI OCCHI VIDERO l’esecuzione.
Antonio Casarsa era garzone di un panettiere che nel 1945 era deportato in Germania e perciò il
forno era gestito dalla moglie. L’occasionale testimone che allora aveva quindici anni..., ha taciuto
fino al 16 febbraio 2005, allorché ha rilasciato una breve relazione al Presidente dell’ANPI
tricesirnana, Alfredo Saccardo:
“Domenica 4 febbraio 1945, ore 7.30-8.00 circa, fui fermato sul ciglio della strada, che da
Tricesimo porta a Fraelacco, ad est, in principio della muraglia del cimitero di Tricesimo, da un
repubblichino. Indossava una divisa nera, mimetizzata con macchie gialle e un berretto munito di
visiera, sul quale c’era lo stemma con il teschio; sulle mostrine, invece, spiccava il fascio littorio.
Con accento veneto interpellò l’ufficiale repubblichino: “Signor tenente, lo lascio passare?”.
Alla domanda l’ufficiale rispose negativamente.
Non capii subito il motivo per il quale ero stato fermato: Feci vedere il mio permesso di transito, in
quanto addetto al trasporto del pane da recapitare sia alle rivendite per i ci vili sia agli insediamenti delle truppe tedesche; in quel momento, volgendomi verso nord, notai degli uomini in borghese allineati al muro e dei repubblichini di fronte a loro, alcuni in ginocchio ed altri in piedi, che formavano il plotone di esecuzione (erano armati di moschetto e mitra). Solo a questo punto mi resi conto di quello che stava succedendo. Sentii degli spari e vidi fuggire uno di loro verso la discesa a nord, inseguito dai fascisti che gli spararono. Il tenente, rientrato sul posto in cui si trovavano i cinque (già, nda.) fucilati, ricaricò la pistola e sparò ad ognuno il colpo di grazia alla testa.
L’ufficiale italiano, accortosi che alcuni dei fori lasciati dai proiettili superavano l’altezza d’uomo,
disse: “Chi è quel codardo che ha sparato alto?” Quando stavo rientrando, due tedeschi in divisa blu (che era l’uniforme dei ferrovieri tedeschi), di stanza nella vicina Villa Tellini, sentiti gli spari erano intervenuti per capacitarsi dell’accaduto si rivolgevano ai repubblichini in tedesco e con voce alterata dalla rabbia; io, però, non conoscendo il tedesco, non capii cosa si stessero dicendo.
Conoscevo i due tedeschi perché abitualmente portavo loro il pane; così essi si avvicinarono a me e,
preoccupatisi per le mie condizioni (in fondo ero un ragazzo ed al momento dell’esecuzione, per lo
spavento, ‘‘me la feci sotto”), mi portarono a casa in camionetta”.
Le divise nere, il teschio sul berretto, la presenza del solo ufficiale italiano, la parlata veneta ci
indurrebbero a supporre che il plotone di esecuzione fosse formato da Brigatisti Neri arrivati a
Tricesimo dal Veneto (Treviso, XX.a Brigata Nera “Francesco Cappellini”?) ma, fino ad oggi,
sappiamo che in Friuli non operavano le Brigate Nere perché non era no in forza all’O.P
dell’Adriatisches Küstenland e che i plotoni di esecuzione formati da collaborazionisti, nell’A.K.,
furono comandati da Ufficiali tedeschi. Il che è confermato dalle altre testimonianze; anche la
provenienza da Udine ci conduce alla MDTOP o alle SS italiane di Udine.

A TRICESIMO VENNE “NON SOLO FUCILATO” Giovanni Pietro Bortolussi: abbiamo letto la
terrificante fine di questo calzolaio nato a Zoppola (PN) il 23.6.1925. Egli era figlio di Erminio e di
Giovanna Brunetti (Brunetta), era scapolo. Apparteneva, col nome di battaglia di “Bandiera”, ma
anche di “Vanni” alla Div. Garibaldi Destra Tagliamento, nel Btg. Amos. Stando a Gino Pieri: “…
era in carcere perché mentre si trovava per il sevizio obbligatorio del lavoro (TODT) con le squadre
che spalavano la neve sulla ferrovia Pontebbana, i cosacchi lo avevano perquisito e gli avevano
trovato in tasca una bomba a mano”.
Sembra però che fosse stato catturato dalla SIPO a Zoppola l’8.1.1945.
Il secondo dei Caduti di Tricesimo è Bugat Pietro, di Camillo e Teodolinda Peressin, nato il
6.5.1900 a Meduno (PN), dove risiedeva con la propria famiglia, essendo coniugato. Faceva il
boscaiolo e, da partigiano, si chiamava “Barba”; era nella Div. Garibaldi Sud Arzino, Brgt.
Tagliamento. È stato il più anziano dei sedici condannati a morte nel processo del 30.1.1945; non si ha traccia di lui nell’Elenco delle Carceri e il Comunicato tedesco lo indica col cognome di Bugatt.
Favot Mario Secondo era nato ad Azzano Decimo il 12.10.1923 e lì risiedeva. I genitori erano
Vittorio e Maria Minuz (Momez). Egli era celibe; non conosco il suo mestiere. Come partigiano era
nella Div. Garibaldi Destra Tagliamento Mario Modotti, con il grado di Commissario di Compagnia
e il nome di battaglia “Tom”. Venne catturato ad Azzano Decimo dalla SIPO il 15.1.1945 e fu
portato a Udine il 19.1.1945, nelle Carceri donde fu scarcerato il 4.2.1945 “a seguito di rilascio per
ordine del Comando Tedesco SIPO”.
Anche su Favot ci sono delle incertezze: l’Elenco delle Carceri precisa il nome: “Secondo”, (non
Mario), l’IFSML di Udine lo indica come “Mario Secondo” ed erroneamente lo dice “fucilato a
Gemona da Forze Armate della R.S.I.” e non a Tricesimo.
Il quarto ucciso dietro il Cimitero di Tricesimo l’udinese Renato Lardini, nato nel ca poluogo
friulano l’8.10.1926 da Silvio e Rosa Macuglia, era celibe; non ho trovato quale fosse il suo lavoro
e forse non ne aveva uno, dato il coinvolgimento nella guerra e la stessa giovane età; da partigiano era nella Div. Garibaldi Natisone, Brgt. Buozzi col nome di battaglia “Duna”. Nelle Carceri “non è stata trovata alcuna traccia”; l’IFSML di Udine, per evidente carenza di dati, lo dichiara “fucilato il 3.2.1943 a Tarcento e ivi tumulato”.
Di lvo Lovisa abbiamo raccolto dati, diciamo così, appena esaurienti per tracciarne un minimo e pur “burocratico” profilo: nacque a Cesena di Azzano Decimo (PN) da Giobatta ed Evelina Botter
(Rotter), il 15.2.1924, era celibe e come partigiano era nel ruolino della Div. Garibaldi Destra
Tagliamento Mario Modotti, Brgt. Anthos, Btg. Fosco; comandava una squadra. Il nome di battaglia
era “Prim”, ma ho trovato anche “Prìn”, che, in tutte le due versioni significa, in friulano, “Primo”.
Venne preso dalla SIPO ad Azzano Decimo il 15.1.1945 e ha fatto ingresso in galera a Udine il
19.1.1945, da dove è stato scarcerato per il solito ordine della SIPO.
Zilli Angelo era di Udine, dov’era nato il 4.3.1925 e quindi tra un mese avrebbe compiuto i
vent’anni. Era figlio di Giuseppe e di Violante (detta anche Jolanda) Rizzi; a Udine risiedeva da non coniugato, ma da giovane ancora in casa. Era partigiano nella Div. Garibaldi - Natisone, Brgt.
Buozzi, come l’altro udinese, Lardini, fucilato insieme con lui. Zilli si chiamava “Ledra” ed è stato
tumulato a Udine.
La ricerca, per ora, è chiusa. Voglio ancora dire che la quasi totalità dei documenti importanti della
SD-SIPO e di altri Organi militari e polizieschi che ebbero stanza nell’Adriatisches Küstenland
furono bruciati verso la fine del conflitto. Volendo citare solo Udine, ricordo che Kitzmüller scrisse
che “un giorno” il nuovo (e fortunatamente ultimo) Comandante della SD, il Cap. Borchard
impauritosi a causa di un falso allarme per un’ immediata partenza, ordinò di bruciare il materiale
degli Uffici della SD-SIPO di Via Cairoli, a Udine.
Scomparvero in tal modo verbali di interrogatori, notizie su processi, elenchi di spie, di SS italiane,
“carte”interessanti pagamenti di taglie, traffici, beni requisiti. Anche per queste ragioni il presente
lavoro è carente di notizie più ampie.

 
 

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