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TESTIMONIANZE > INTERVISTA A ROSA CANTONI "GIULIA" (2)

Intervista a Rosina Cantoni

Udine, 24 agosto 1981

Seconda parte

Allora eravamo a Rawensbrück; avevamo detto che ad un certo momento siamo state

trasferite e avevamo detto che quelle del gruppo andate su assieme (eravamo slovene,

friulane poche, triestine o goriziane) ci hanno proposto di andare a lavorare in una fabbrica

bellica; nessuna. di noi ha aderito: era una questione di principio: non voglio andare a

lavorare se non sono obbligata. Perché devo andare a lavorare volontariamente per la

guerra

dei nemici. Allora nessuna di noi, senza neanche metterci d'accordo (saremo state...

penso che 200 eravamo sicuro). Nessuna ha aderito escluso una madre che aveva

quattro figlie, una di 21 anni e 1a più piccola di 14, che le ha spinte avanti pensando che si

salvassero da sicura morte. Comunque 4 non hanno voluto averle: o tutte (o quasi tutte) o

nessuna. Con grandi minacce, con rimproveri aspri, alla tedesca, ci hanno lasciate lì. Per

conclusione ci ha detto il capitano: allora morirete qui. Dopo circa un mese,

improvvisamente ci hanno chiamate: visita medica. Visita medica significava questo: tu

andavi lì in 300/400 persone, donne. Ti spogliavi, mettevi i vestiti in un mucchietto, tenevi

solo gli zoccoli nei piedi. Tutte nude, stavi due tre ore in fila ad aspettare che

cominciassero a fare questa famosa visita: con le finestre tutte rotte, nevicava fuori. La

visita si riduceva a questo: ti guardavano le mani e poi via, abile arruolato. Dovevi correre

a tutta velocità altrimenti andavi a rischio di restare nuda, perché qualche altro ti portava

via un pochi di vestiti. E via così: erano un tormento queste visite. Quel1e più anziane le

hanno tenute lì; le ebree non le hanno neanche chiamate. Poi quelle ammalate: c'erano un

paio che avevano delle cicatrici di operazioni vecchie, non le hanno fatte abili. Hanno fatto

abili un paio di loro che erano a ammalate fradice di pleurite e di tutto, ma insomma non si

vedeva, ti hanno guardato le mani, bastava le mani, che fossero abbastanza buone. Ci

hanno cambiato i vestiti, cioè il pastrano. Allora io avevo un capotto nero con una manica

gialla e una marrone e una croce bianca sulla schiena, di calce; e mi hanno dato un

pastrano, chiaro questa volta, primaverile, largo largo: si vedevano solo due gambe

secche secche, senza cintura, che mi sballottava di qua e di là, chiaro, come

impermeabile, brutto naturalmente, e con una grande croce fatta col catrame nella

schiena. E ci hanno detto che ci daranno i viveri per un viaggio di due giorni. Ci hanno

dato due pezzi di pane, due fettine, poi un quadretto di marmellata sintetica, dicevano, e di

margarina.

Abbiamo deciso di mangiare tutto subito, perché spariva sennò, si disfaceva.: cosa vuoi

tener conto di quella roba lì. Abbiamo mangiato tutto, ma in ogni caso non ci sarebbe

bastato, perché il viaggio é diventato una odissea tremenda: in vagoni bestiame, in quelle

condizioni in cui eravamo già ridotte; pieno il vagone senza un posto dove sedersi, in

piedi, ed é stata una cosa veramente massacrante, spaventosa. Un paio di loro con la

febbre altissima che deliravano, si doveva tenerle... Eravamo: russe, un paio di polacche,

slovene e italiane. Era pieno un vagone bestiame. Quante saranno? Cinquanta persone

per vagone, penso di sì. La notte era una cosa spaventosa, da incubo. Chiuse sempre

dentro, lì, perché non ci lasciavano uscire, con un bugliolo che ogni tanto, aprivano lo

sportellone, qualcuno rovesciava. Ci dicevano di tutto perché eravamo sporche; per forza,

sei lì in un vagone dove non c'é niente. Sete, fame, tutto quello che vuoi. Meno; male che

io non ho mai sofferto la sete. La notte era una roba tremenda, perché la grande

stanchezza, il bisogno di distenderti, al buio: tutte cercavano di sistemarsi in qualche

modo. Nel buio ti davano calci, spintoni, pugni schiaffi, baruffoni, gente che si rotolava.

Uno magari si stendeva sopra di te, allora tu naturalmente lo spingi via, poi ti capitava una

scarica di pugni, tutte cose del genere. Una bolgia. Una bolgia, altro che solidarietà. Prima

di tutto non ci si capiva neanche con le lingue, e lì si salvi chi può. I nervi che scoppiavano,

la fame... Più di tutto era"la stanchezza e il sonno, il non poter distenderti un momento,

allungare le gambe, appoggiare la schiena. E questo treno che andava sempre e ogni

tanto si fermava e stava ore e ore in un binario morto. Ogni tanto bombardamenti, e allora

tutti i tedeschi scappavano e ti lasciavano lì sul binario. Sicché per andare da

Rawensbrück nel sud della Germania, in Turingia mi pare, dove c'era una fabbrica di

materiale aeronautico, per quanto si capiva, perché veniva lì un superuomo tedesco con

un mantellone: sembrava altissimo, perché era alto, ma sai, con un mantellone azzurro

fino ai piedi lungo, tutto pieno di prosopopea, passava come il dio (era dell'aviazione

militare)...

(il viaggio durò 6 giorni)

La Turingia é molto bella: é piena di colline e di boschi. Eravamo ad Abteroda, sotto il

comando di Buchenwald. Si vede che in quel tempo avevano bisogno di manodopera.

Quando siamo arrivate a destinazione, ci hanno aperto il vagone e ci hanno detto di

scendere; e saltando giù dal vagone, sai, i vagoni sono alti e non avevamo neanche forza

nelle ginocchia, un po' con lo stare accovacciate, un po’ la stanchezza e la debolezza,

nessuna di noi stava in piedi. Hanno cominciato a gridare e ad urlare, i tedeschi e le kapò,

e ci siamo rimesse su e abbiamo fatto una camminata abbastanza lungo nell’aria frizzante

della Turingia che ci ha dato un po’ di forza.

Siamo arrivate a questa fabbrica, che era in un bosco, sotto terra, con parecchie

macchine. C'erano già lì francesi, della resistenza, molto brave. Un gruppo, quello

francese, che era una cosa meravigliosa: loro avevano eletto una, la più anziana

politicamente, bravissima, e a lei obbedivano. Riusciva a farsi rispettare anche dai

tedeschi. Davano a lei il bidone del mangiare, e lei divideva a tutte quante in modo che

non c'era mai una baruffa, andavano daccordissimo. Una cosa civile che non ti dico.

Diversa da tutti gli altri, dove mi sono trovata, perché mi sono trovata nella bolgia quasi

sempre. Noi non eravamo forti da organizzarci, anche perché eravamo di due lingue e

anche con poco affiatamento. Le slovene cercavano di stare fra di loro, noi fra di noi...

C'era il gruppo delle russe che erano tremende. Quelle sì erano compatte: non

organizzate gran che, ma compattissime: se toccavi una di loro veniva il putiferio. Comunque

era una brutta convivenza. Ci hanno messe a lavorare nel1a fabbrica. Lavoravamo 12

ore al giorno. Ci siamo tutte ammalate lì. Si mangiava qua1che cosa di più, cioè a

mezzogiorno ci davano una razione più densa: un po' di patate, carote: non era come là,

solo una fogli di verza oppure acqua sporca; una fettina di pane qualche volta, non

sempre, e la mattina un po’ di brodaglia che si chiamava caffè, ma almeno bevevi un po’ di

acqua calda. A Rawensbrück lo portavano e lavavano i pavimenti con quello.

Mi sono messa con una francese che doveva insegnarmi il mestiere, per cosi dire. C'era

una macchina con la quale dovevo smussare delle cose che non sapevo cosa fossero

state. Faceva tutto un sacco di scintille questa macchina, che se mi andava una in un

occhio, andavo a casa cieca; anzi, non mi mandavano a casa se mi succedeva. questa

francese era di Marsiglia, era una brava ragazza; lei e il marito erano stati deportati. Si

cercava di parlarci, lei cerca va di insegnarmi. “Noi sappiamo – dicevA - che non si deve

confondere l'italiano con il fascismo”, quello che invece con le slovene non succedeva:

"Tutti italiani xe tutti fascisti".

"Tra l'altro l'Italia ci ha pugnalato alle spalle": si faceva questi discorsi e lei capiva

benissimo la storia. Lì mi è capitato improvvisamente un febbrone, mi è venuta la testa

gonfia così, a certi capitava alle gambe: avitaminosi, dicono. Hanno chiamato un medico

credendo che avessi la risipola. Era un tedesco, austriaco forse: ha detto che non è

risipola: altrimenti mi avrebbero mandato a Buchenwald, al forno.

Siccome oltre i 39 di febbre, in tutti i campi, potevi stare nel giaciglio (eravamo una fila,

tutte a 39/40 di febbre, tutte quelle che venivano da Rawensbrück, perché il cambiamento

d’aria, le condizioni, il ghiaccio, 12 ore di lavoro...). Lì c’erano anche le russe. Un giorno

una russa, una maestra di Kiev, una giovane, è scappata. È salita su un trenino, quando ci

hanno portate a lavorare fuori, e via. Quando si sono accorti, ci hanno radunate tutte e

volevano che si dicesse chi era. Naturalmente nessuna diceva niente. Così quel giorno,

dopo aver lavorato 10 o l2 ore, la notte l'abbiamo fatta in piedi, con le braccia alzate. Sai

che roba? Non ce la facevi più, che sofferenza. Fino a quando, all'alba., l'hanno trovata,

perché l'hanno cercata con i cani: la puzza del campo di concentramento è molto facile,

puzza più dell'eroina. L'hanno trovata e l’hanno portata lì; e l'hanno tanto bastonata, che

era una. roba spaventosa. E lei, neanche aperto bocca: prendeva i colpi e stava zitta.

Aveva l'occhio fuori dell'orbita: non so come faceva a stare in piedi, questa ragazza.

E l'hanno messa con la faccia appoggiata al muro e guai chi andava a vedere di lei. Dopo

non so la fine che ha fatto; perché poi non l'ho vista.

Le cose precipitavano un pochino, perché si avvicinavano gli americani, sentivi

bombardamenti, la notte tremava tutto. Tutte avevano la dissenteria, si doveva andare in

gabinetto, si capisce. Si aveva imparato una frase, tutte uguali. C'era una donna, messa in

alto come su un trono, una matrona un po’ anziana, che faceva quel servizio lì:

sorvegliava tutta la fabbrica, non diceva mai niente. Si andava da lei, si diceva: "Bitte frau,

viel krank, in abort". Prego signora, ho male, in gabinetto. Allora doveva dirci sempre di sì;

ma vicino a lei c'era un ometto vestito da soldato Wehrmacht, sembrava vecchio forse più

di quello che era, piccolino, biondo biondo. Questi ci accompagnava in abort, con un fucile

di quelli della guerra del '18, e ancora con la baionetta in canna. Dovevamo fare un piano

di scale; ma sai che fatica fare le scale? Con le ginocchia che non ti tenevano su; e quello

dietro pian piano, con la baionetta, ti seguiva. Allora si arrivava in gabinetto, c’era il vater in

quel posto anche. Ci si sedeva sul vater (tutte quante facevamo così) e ci si sedeva

tranquille fino a quando quello perdeva la pazienza e cominciava a battere la porta. Un

giorno, fra i tanti, anche a me. Io ero seduta tranquilla e lui incomincia a battere, devo

uscire, si capisce. Esco pian piano e lui mi guarda. Avevo i capelli scuri, un po' scuri. Mi

dice: Sei francese? No, dico, italienne. Ah, italianska. E allora mi ha detto che lui era

croato e aveva 8 figli casa, l'avevano preso, i tedeschi, vestito di Wehrmacht, portato via.

Allora. mi ha fatto una carezza. Coraggio, ho detto io; lui anche mi ha fatto così, e siamo

andati giù.

Guarda come sono i tedeschi. La mattina a1le sei, pronti sul lavoro: loss, loss. però si

lavorava che ti dico io, non si rendeva niente, non si vedeva neanche dalla debolezza. Poi

ho cambiato lavoro. Dovevo lavorare con una lima, sempre smussare, e avevo un capo

tedesco, abbastanza giovane, ma si vede non abile al servizio militare. Eravamo lì sedute

di quattro nazionalità, non si poteva neanche parlare. questo distribuiva il lavoro e non ci

diceva mai: bene. quando gli davo (i pezzi) dicevo: Gut? "Nix gut!". Si puliva il naso con 1a

manica e faceva di quelle scoregge! Parlava con le tedesche e scoreggiava. Un giorno,

alle lO, nessuno pensava a novità, adunata tutti quanti, messi in fila e via, a piedi.

Abbiamo fatto una marcia, senti, una cosa incredibile. Si girava di qua e di là, non so

quanti giorni abbiamo camminato. Eravamo uomini e donne, tutti politici, perché lì c'erano

anche gli uomini, in gran parte russi e polacchi. Quelli, erano anni che erano dentro.

La domenica, che era festa, non si lavorava in fabbrica, ci facevano in compenso lavorare

in un altro modo: gli uomini andavano a segare alberi nella foresta per scaldare i tedeschi

e noi andavamo a raccogliere quei tronchi, fascine, così. E vedi il caso certe volte com'é.

Io ho avuto una certa dose di fortuna: perché trovare Kitzmüller anziché un altro...

Avevo notato che fra tutte le SS giovani, c'erano due che erano sempre staccate dalle

altre, sempre ; fra loro e ci guardavano in un modo... Si capiva, non per sorvegliarci. Ed

una era una bella ragazza, che mi ricordo ancora, mi é rimasta fotografata, con una be1la

testa di capelli castani, giovane, molto giovane.

(Una domenica) mi capita che mi mettono in squadra con un poche di prigioniere, tutte

alte e robuste, polacche e russe, tipi contadini. E io una mezza cartuccia e ancora non

abituata perché il mio mestiere non era portare pesi sulla schiena. Ancora mi mette, la

sorvegliante, la Kapò, davanti e dovevamo portare sulle spalle un tronco che non ti dico,

pesante e grande. C'era un po' di discesa, di modo che il peso veniva sopra di me che

ancora ero la più piccola. Io avevo fatto pochi passi: avevo detto: qua vada come vuole io

mollo tutto. Non posso mica portare un tronco simile! Se le prendevo non mi interessava,

tanto qualche cosa doveva succedere. Vedo questa giovane SS che guardava. Deve aver

capito cosa mi passava per la mente. E nel momento che stavo per buttarlo giù, vedo che

viene vicino svelta svelta, mi fa così, dolcemente anche, si mette il tronco sul1a spa11a e

via, avanti, così. Io ho detto grazie, naturalmente. Una cosa straordinaria, tant'è che la

ricordo tra quelle poche cose... Ricordo tre le a1tre un operaio di quella fabbrica, anziano,

che era antinazista.

Mi é rimasta impressa come una fotografia quella ragazza, per cui dico che non si può

odiare completamente, quando su mi11e c’è uno, perché anche loro rischiavano a fare

certi atti. Va bene che stava per finire la guerra, ma non era ancora finita...

In fabbrica mi ricordo que11'operaio, avrà avuto 60 anni. C' era una gran macchina in

mezzo, non so cosa servisse e non mi interessava niente, e noi eravamo, sempre quelle

quattro, in fila che facevamo alcuni lavori, sedute questa volta. Nella macchina grande

c'era quest'uomo che lavorava, un civile, ed era simpaticissimo. sembrava un napoletano

per la mimica. Ci vedeva con quelle facce e diceva: “Ma guarda che facce che avete; su,

su”. Una volta di ha portato una bottiglia di birra. Pensa tu, una bottiglia di birra! Quello lì

poteva essere morto. Non sapeva cosa portarci, ci ha portato una bottiglia di birra, che

beviamo un po’ per ciascuna, senza farci vedere. Arrivava, e quando passava quel

caporione, in mantello, tutti quanti: Heil Hitler; e lui si metteva dietro: Seise Hitler".

Un giorno arriva, una mattina, fregandosi le mani; ci arriva vicino e ci dice: "Eine Monat...

ancora un mese di guerra, e poi Germania kaput Hitler kaput, alles kaput, tutti morti”, e si

fregava le mani di contentezza. Ci ha detto che lui era un macel1aio, ci ha fatto vedere la

fotografia di quando era normalmente macellaio: bello grasso. “Adesso, dice, lavorare

qua, tutto secco”. Ci ha fatto vedere la moglie , la figlia. Si poteva capire benissimo: per

colpa di Hitler io sono qua a fare questa cosa, voi siete lì. Un tipo simpaticissimo.

Ad un certo momento ci hanno adunate tutte quante, le politiche; c'erano anche dei militari

che lavoravano, ma un po’ al di fuori, non vicino di noi, che noi incontravamo quando

uscivamo: alcune volte ci facevano fare qualche altro lavoro: scaricare carbone, fa conto,

quando occorreva. Allora incontravamo squadre di questi mi1itari, che erano più liberi, e

magari gridavano: Siete... c'é nessuna ita1iana? Mi ricordo una volta un gruppo: “Sì,

abbiamo detto, siamo noi", senza guardarli. Di dove siete? Allora noi tre che eravamo di

Udine: "Di Udine, friulane". Ah, mi son de Pordenon. Coragio, eh? Coragio putele. “Sì, sì”,

e dopo ci facevano tacere.

Noi cantavamo, sempre cantavamo; cantavamo canzoni partigiane. Ti lasciavano cantare:

bastava non cantare Bandiera rossa o l’Internazionale. Oppure dove c’era la parola

“Mussolini” o “Hitler kaput”.

Avevamo imparato dalle slovene: “Silio la Russia e kaput Berlin”. Erano delle canzoni

misto italiano e slavo. Mi ricordo, tra le altre vicende, una volta le città vicine, Weimar,

Erfurt, belle città ma tutte a terra, alles kaput sul serio. Quando le bombardavano, ci

conducevo nel bunker: c’ era una collina e sotto c'era un rifugio. Venivano degli allarmi che

duravano anche 4/5 ore. Una volta 8 ore è durato l'allarme, roba da morire, senza

mangiare; un freddo sotto, lì. Dissenteria, mal di pancia, stanchi, freddo e fame... Però il

fatto di sentire la terra che tremava ti tirava su il morale: guarda tu che roba! Si arrivava

fino a quel punto: almeno che saltasse tutta la Germania.

In quel giorno entriamo lì e si sentiva tutto la terra che tremava. Una francese incomincia a

cantare l'Internazionale. Allora subito, io compresa, ognuno nella sua lingua, chi la sapeva,

e ci siamo messe a cantare, con tutto il cuore, capisci? e abbiamo cantato un po', la prima

strofa; se non che si sono accorti cosa si cantava, i tedeschi; allora hanno acceso la pila,

messo il fucile pronto, il mitra, e hanno detto che se non stiamo zitte ci ammazzano tutte.

E allora siamo state zitte, perché non valeva. la pena. Se sei già condannato a morte,

allora puoi cantare, ma così, no. Comunque siano state zitte, per dirti; é stato bello però: ti

tira su così bene, meglio di un piatto di minestra. Sul serio: cantare ti aiuta moltissimo, ti

dà forza. Poi, cantando le cose nostre, ti riportava... E ancora cantato in diverse lingue:

c’erano francesi, russe, polacche, slovene e italiane. Era Internazionale sul serio.

Le condizioni di vita erano meglio che a Rawensbrück: avevi un posticino che era tutto tuo,

stretto, ma tutto tuo (per dormire). Io ero a pianterreno; avevamo freddo perché era

pavimento di cemento: sai quei cameroni lunghi lunghi, freddi solo a guardarli; anche se il

sole spacca le pietre, é sempre freddo dentro. Però potevi lavarti un po'; c'erano dei

gabinetti abbastanza... Ma la disciplina era ferrea, gai a sgarrare di un pelo. Avevamo

sempre la kapò polacca che ci ha tormentati tutto il tempo. Era cattiva, fetente, e poi

imprevedibile: non sapevi che luna aveva in quel giorno. Era capace di strozzarti senza

neanche voltarsi indietro. E poi il rosario la sera: i polacchi sono tutti bigotti. La sera

pregavano il rosario. Guarda tu che razza di religione...

Comunque il mangiare era un po’ meglio; il dormire, ti potevi stendere. . . Erano meglio

senz'altro le condizioni... Però era dura, perché 10/11 ore al giorno in quello stato di

debolezza... Ci siamo ammalate quasi tutte. Eravamo in fila con la febbre, veniva

un'infermiera con un termometro. Ce lo metteva nel didietro: potevi avere non so che

malattia infettiva, senza pulire e senza niente, e ancora con la dissenteria: da un sedere

all'altro, zan, zan, metteva, guardava, segnava la febbre. Se era sotto i 39, via al lavoro,

se andava su, allora ti lasciava lì. C’era poi una dottoressa, polacca, brava, “fani Galina”:

signora Galina. Era un tipo molto in gamba, anche lei deportata. Aveva un marito e una

bambina. Era stata portata via lei e il marito, da tanti anni. Ma come dottoressa, e sapeva

lingue, l'avevano messa così nel campo. Aveva uno di quei caratteri che si fanno

rispettare. Non sapeva cosa farci e una volta, mi ricordo che é passata e ci ha dato una

pastiglia di streptosil per disinfettare l’intestino.

So che mi ha fatto bene. Poi ci portava dei fondi di caffè. Andava nelle cucine dei tedeschi,

che facevano caffè, si faceva tenere i fondi, da qualche inserviente lì. Ce li portava a noi

per la dissenteria. Ma sai cosa vuol dire? Senza saliva in bocca, mandar giù fondi di caffè

asciutti asciutti...

Si faceva però, perché in qualche modo si doveva. Comunque lei diceva: "Non ho altro,

cercate questo che vi fa sicuramente bene. Difatti sono ancora viva.

E poi è avvenuta questa adunata, e ci hanno messi, non so quanti eravamo, ma

certamente eravamo qualche migliaio, uomini e donne, in una lunghissima fila, gli uomini

davanti e le donne dietro; e abbiamo camminato non so quanti giorni,certamente una

buona settimana. Ci si fermava ogni tanto sui cigli delle strade; e poi avanti di nuovo. E’

stata una marcia tremenda. Io ero un po' spettatrice delle cose che capitavano, e forse è

stato anche un bene. Cioè, mi veniva di vedere il resto,quell0 che mi contornava, e non

tanto pensare che non avevo neanche le gambe che mi tenevano su. Vedevo questi

uomini: mi sono voltata (li avevano poi messi dietro a noi: era una roba che faceva

impressione: alti e magri magri e si tenevano su uno con l'altro; russi forse, o polacchi. Poi

avevano messo vicino un carro, tirato dai prigionieri stessi, e su questo carro hanno fatto

caricare quelli che non stavano in piedi: mettevano venti prigionieri a tirare, perché non

avevano forza, e via avanti. non sapevano dove metterci: erano gli americani a poca

distanza: in realtà non sono mai entrati lì: nessuno sapeva, ma abbiamo saputo poi: erano

i patti di Yalta, era una zona, in cui dovevano incontrarsi con i russi. Si girava in queste

condizioni: il corredo era una coperta, di quelle militari, scartissime, sporche, con i

pidocchi, eccetera. Ognuno di noi aveva una coperta che gli serviva di ombrello, di

casetta, di coperta per andare a dormire. Immagina tu questi fantasmi con questa coperta

sulla schiena oppure sulla testa quando pioveva, un pentolino qua, legato alla vita, e via,

avanti così. Un giorno non si poteva più andare avanti, ci hanno fermati: c'era una

grandissima fattoria con dei fienili immensi pieni di fieno. Ci hanno fatti fermare lì per

passare la notte: pioveva a dirotto, sapevano che altrimenti non ce l'avremmo fatta. Mi

ricordo che mi sono messa dentro il fieno: cadevi come in letargo. Mi sono svegliata

quando incominciavano a gridare, urlare: aufstehen, aufstehen! Siamo usciti dal fieno e ci

siamo messi in colonna. Ci contano, perché ci contavano sempre: si accorgono che

mancano quattro persone. Incominciano a cercarli, e questi poveri disgraziati, erano tre

russi e un italiano, i quali, senza mettersi d’accordo, sono andati uno qua, uno là, sulle

travi dei fienili. Magri come erano, si sono distesi sulla trave pensando che non si

accorgessero e che si andasse avanti: la guerra andava verso l’epilogo. Hanno trovato

uno, un russo, e con la pistola il capitano gli dice: vieni giù. L’altro sapeva cosa gli toccava

e non ha ubbidito.

Gli ha sparato ed è rimasto sulla trave. Poi hanno trovato un altro, lo hanno fatto scendere

e lo hanno impiccato di fronte a tutti. Era un russo. Prima lo hanno bastonato e poi lo

hanno impiccato. Poi hanno preso gli altri due: non so perché, hanno deciso di non

ammazzarli; ma ne hanno prese tante! Senti, il triestino e questo russo. Insomma io ho

fatto così, perché gli ha dato, questo tedesco, per la schiena col calcio del fucile che si é

rotto.

E lui é stramazzato per terra. Dico io: quello è morto con la schiena spezzata; e invece

dopo un po’ si é rialzato. Poi li hanno legati assieme e li hanno fermati lì, e noi dovevamo

passare davanti. Le russe passando dicevano qualche cose al loro compatriota; e io ho

detto: di dove sei? (avevamo saputo che era ita1iano. Sei ita1iano? "Sì". Anch'io, ho detto.

Di dove sei? "Son de Trieste". Coraggio, ho detto io. "Coragio noi gavemo sempre”.

Guarda tu, in quelle condizioni. Speriamo che si sia anche salvato. Poi questi due hanno

dovuto trascinarsi in una coperta l'impiccato, che poi, nel primo canale, è stato buttato

dentro.

Non so quanti chilometri abbiamo fatto. Abbiamo passato città, Jena, Erfurth, Weimar. E

passavamo nel centro delle città. Vedevi gli anziani molte volte impressionati, che

facevano così con la testa. Una volta siamo passati per una grandissima strada e c’era

una fattoria. Sentivi questi zoccoli sull'asfalto: totoc, toc, totoc, sembrava una marcia

funebre. Era un tempo piovoso. Viene fuori una donna di corsa, così, a guardare; dà un

urlo, si mette le mani così e scappa via urlando, perché le aveva fatto tanta impressione

vedere questa roba che le veniva avanti: fantasmi che camminavano. Qualcuno ha avuto

la triste idea, forse in buona fede, di buttare due patate e c'è sempre quello che, con la

fame, spera di arrivare a prenderla. Quindi vedevi magari cinquanta di loro, tutte in

mucchio per afferrare la patata. Allora i tedeschi andavano a cercare chi l’aveva gettata.

Può darsi che l’avessero fatto per provocazione; ma può darsi anche per vedere... Uno

pensa: butto una patata e magari uno la mangerà. Invece è meglio niente, in quei casi lì,

perché poi nessuno la prende, prendi solo le botte, quando va bene. Poi ragazzini che ci

sputavano, specialmente a noi donne. Ti dicevano “puttana”: ragazzini tirati su così, senza

pietà.

E’ stato un tristissimo viaggio

Poi siamo arrivati a Buchenwald: era pieno strapieno, perché i campi che ancora non

erano stati liberati, da lì erano arrivati un po' tutti, da tutte le parti. Buchenwald in

prevalenza era un campo di uomini, ed era pienissimo. Noi abbiamo dormito in un brutto

posto, per terra, al buio (pioveva sempre); hanno lasciato gli uomini a Buchenwald; noi

donne di nuovo in cammino. Cammina e cammina, come nelle fiabe, finché siamo arrivate

in un piccolo Campo, un sotto campo di Buchenwald, che si chiamava Penig. Dentro era

una cosa spaventosa. Non c’era crematorio; era come una cava, forse, di argilla: era

profondo come fosse stato una cava da cui avessero estratto qualcosa. Era solo fango,

fango e buco. Era contornato di filo spinato, non elettrificato e c'erano soltanto ebree

ungheresi: saranno state 3.000. Ma la condizione di quelle povere diavole era una cosa

spaventosa. Venivano anche da Rawensbrück, ma di fronte a quello spettacolo ci siamo

tutte quante impressionate. Di qui non si salta fuori più. Pioveva, pioveva, era verso il

tramo. Erano quasi tutte di Budepest.

Non avevano vestiti a righe, ma vestiti tutti a sbrendoli che gli cadevano addosso,

saltavano fuori le spalle. Proprio abbandonate a se stesse completamente.

C'erano delle impazzite; c'era una che camminava sempre in ginocchio: forse nelle sua

mente si sarà fermata nel momento in cui... avrà implorato, per i figli, sai com'é. Andava

avanti sempre in ginocchio lamentandosi, e non perché non potesse camminare. Poi una

che rideva sempre; un'altra che mi aveva preso in simpatia, e con tutto il male che c'era li

attorno, mi faceva vedere che aveva un piccolo taglio in un dito. Poi c'era una

ragazzina, mi ricordo, aveva 15 anni; era, di Budapest. Con me parlava italiano; parlava

tedesco, francese, ungherese naturalmente, e yddisch. Alta alta, magra magra, con due

occhi neri, ma serena, capisci? Mi cercava, mi sorrideva, mi raccontava che era lì con una

zia. Sua madre era stata portata via con fratellini piccoli; mi diceva che suonava il piano.

Lì siamo state che sembrava anni; ma non molto... non so, tre settimane, un mese. Ma era

una cosa da matti. C'era il revier, l' ospedaletto, e una volta, passando, ho curiosato un

pochino. Buchi così nella schiena avevano queste donne, infezioni, si vede: la sporcizia, la

scabbia, poi ti gratti... Lì i morti li seppellivano, per non stare a portarli a Buchenwald.

C'erano parecchi che parlavano italiano. C'erano due professoresse così brave, che

conoscevano l' Italia bene. Una mi ha detto un giorno: "Noi abbiamo molta stima per voi,

perché noi abbiamo accettato questa cose senza fare niente per lottare... Perché, almeno

prima di morire, lotta! mentre voi avete combattuto anche per noi, perché la vostra lotta

serve per tutti. Conosceva l'Ita1ia meglio di me, perché in quella volta io non ero stata

neanche a Venezia.

Un giorno dicono che bisogna andare a lavorare. Viene un tedescaccio, ci mette in fila, ci

passa tutte per scegliere. Sceglie quelle più grandi e grosse. Passo io: dopo tutta la febbre

che avevo avuto, dopo tutti i chilometri che avevo fatto, figurati in che stati ero. Mi guarda

e fa.... Perché loro fanno così con mano. Meglio per me, perché avrei dovuto fare 8

chilometri a piedi per andare a lavorare nella fabbrica e poi altri 8 per tornare in campo.

Però un giorno mi é toccato, e cammina, cammina fino a Dresda. Alle porte di Dresda

c'era una grande fabbrica, e lì siamo state tutto il giorno, però gli allarmi erano ogni lO

minuti. Le macchine erano tutte ferme: probabilmente stavano portando via qualcosa,

smantellando. C'erano impiegate a1cune giovani ebree. Si hanno mandate a levare (dai

depositi interrati) patate, carote, ecc. Tutte felici: kartoffel kolonna. C'Era una che aveva

trovato non so come un temperino: quando andava un po' benino, c'era una certa armonia

tra noi; ma quando era...

come sul treno: i nervi che ti scoppiano, le condizioni, diventi una bestia. Allora ci si

passava un po', si guardava bene in giro; le guardiane si vede non avevano tanta voglia...

pensavano che la guerra é finita...

Io mi sono imbottita di fette di patate nascoste nelle tasche, su per le

maniche, dappertutto dove potevo. In quello é suonato l'allarme e non so quante ore

siamo state nel rifugio. E lì c'erano anche delle ebree, e una ebrea mi dice se ho patate,

che lei mi dà un pezzo di pane. Figurati! Allora le ho dato un po' di fette di patate e lei mi

ha dato pane. Così si siamo un po’ rifocil1ate. Ma ero ridotta, quando é suonato l'allarme,

che non stavo più in piedi, non vedevo più niente dalla debolezza si vede. Una fame... un

vuoto; neanche fame sentivi, ma era fame. Mi sono subito tirata su. Così è passata quella

giornata.

Poi una mattina prestissimo, prima dell’alba, buio ancora, ci hanno tutte radunate, tutte

quante in fila, svelte, svelte e via. Era due giorni che non mangiavamo niente; in quella

volta: non c’era più neve e si mangiava quel radicchio selvatico che cresce dappertutto;

oppure quello che trovavi: bucce di patate. A1lora ci mettono tutte in fila, ebree comprese,

e lasciano lì le moribonde. Gli americani sono arrivati lì due giorni dopo. Però non ci

lasciavano libere, mentre i militari (internati) mi lasciavano lì. Ma gli ebrei e i politici non

volevano lasciarli liberi. C'era le speranza di ammazzarli tutti, però ormai non riuscivano

ad organizzare neanche l'ammazzamento. Si profilava un altro lungo viaggio. Era aprile

avanzato, ma non so, perché lì perdevi completamente la, nozione del tempo: ti sembrava

di aver vissuto tanti anni. Abbiamo cominciato a camminare, senza mangiare mai niente,

con quei porci di tedeschi che si mettevano a mangiare di fronte a noi sempre, quando si

era in viaggio. Noi di qua seduti sul ciglio delle strade, e loro si sedevano di là con queste

pagnotte lunghe. Non mangiavano chi sa che cosa, ma insomma una bella pagnotta con

un po’ di strutto dentro, cose così. E’ stato un viaggio anche quello, sotto i mitragliamenti!

Mi ricordo una strada asfaltata, eravamo in colonna e c'erano apparecchi, non so se

inglesi o americani, e venivano giù in picchiata. Avevano capito di che si trattava. Allora le

tedesche e i tedeschi entravano dentro, tra noialtre, per non essere individuati. Dei carri

armati tedeschi che erano di là della strada venivano tutti mitragliati. Poi c'é stata una

battaglia aerea. Era una bella giornata di sole. Noi ci buttiamo giù nei fossi; i tedeschi si

nascondono con noi. Era una cosa straordinaria vedere una battaglia aerea. Guardavo ed

era una cosa straordinaria vedere i giri che facevano; sparavano continuamente...

Impressionante e nello stesso tempo affascinante.

Loro ci portavano lontano dal fronte, cioè lontano dalla liberazione. Forse aspettavano

ordini, non sapevano dove metterci. Perché loro tiravano avanti fino all'ultimo momento.

Cioè, tu lavori fino a quest'ultimo momento, come nella fabbrica; in cinque minuti, tac, via.

I tedeschi sono così.

Allora ci hanno fatto camminare un giorno e una notte; ed ho cominciato a pensare: qui

non si può andare avanti. Chi sa dove ci portano, e poi ci ammazzano tutte. Mi é venuto il

pensiero di scappare. Ormai non ci contavano più.

Pensavo: come faccio, dove andiamo, come scappiamo, in che modo. Quel1a notte non

riuscivo a dormire: non avevo né fame né sete, né niente, solo il pensiero di trovare un

modo per ... no? Io ero con questa Casati Maria, che stava male. Non so se era

addormentata, comunque era distesa supina, anzi con la testa in giù, bocconi. Non dava

segno di muoversi. Era tutto silenzio, tutti dormivano stanchi, sfiniti. E vedo una casa sulla

destra: eravamo sul ciglio di una strada e poi era campagna. Era una casa bombardata,

per cui non c'era nessuno dentro. Ho detto: perché non andiamo lì dentro? Noi stiamo

nascoste lì, poi gli altri andranno avanti, domani verranno gli americani (e noi non era

vero). Allora: Marisa, ho detto (la chiamavo Marisa), alzati su, andiamo in quel1a casa lì. E

ho cercato di spiegare. Allora 1ei dice: Io non ce la faccio più. Di qui non mi muoverò più.

“Ma sei matta?”, ho detto pian piano. “Se tu vuoi, vai, fa come credi. Se torni a casa,

salutami mio padre e mia madre, ma io...”.

Era vicina a morire, no? A forza di "Dai, dai: io non vado a salutare nessuno, andremo

assieme; dai, dai che domani vengono a liberarci”.

Comunque sono riuscita a scuoterla da quel senso... Perché abbattendoti così hai morte

sicura. Allora si è decisa e pian piano siamo sgusciate via, siamo andate in questa casa.

Nessuno ci ha viste e ci siamo nascoste verso la cantina. Dopo un po’ che eravamo lì,

quiete, sentiamo un bisbiglio, vicino, e c'erano altre... Quante? Quattro, che avevano avuto

la stessa idea. Abbiamo fatto comitiva: una era belga, due ebree, madre e figlia, russa lei e

sposata in Ungheria. La figlia era piuttosto deficiente: grande e grossa, ma non diceva

niente: era tutto la madre che faceva. Non so come ha fatto a salvarla, a portarsela dietro.

Poi una slovena, o due slovene: eravamo in sette, mi pare. Abbiamo detto: facciamo

comitiva assieme. Siamo rimaste in silenzio e viene l’alba. Appena che spunta, tutti i

tedeschi che pestano il fucile, Aufstehen; tutti si alzano e senti gli zoccoli che camminano

sull’asfalto, e via, a via. E quando non si sentivano più, abbiamo cominciato a parlarci.

E’ andata bene: c'era sempre la fortuna nelle cose, anche. Di quel1a colonna, ho saputo di

qualcuna che era scappata prima e che ho incontrato in Carnia, una monfalconese; degli

altri non ho saputo più niente: mi hanno detto, quelle ultime scappate, che sono scappate

moltissime, la fila si era assottigliata. Comunque abbiamo detto: qui non si può stare,

andiamo a cercare un posto più sicuro, magari un bosco; perché nei boschi si sta meg1io,

ci si nasconde più bene e si può sempre trovare qualche bacca, qualche roba da

mangiare, qualche erbaccia. E così abbiamo deciso di fare prima che venisse l'alba, che

girasse qualche macchina. Ci siamo messe in cammino. Abbiamo visto di lontano degli

alberi, allora: andiamo verso là. Ed ecco un altro esempio su come ci voglia fortuna. Ad

una svolta della strada, c'era un fiumicello, un ponte, e si girava. quando siamo al di là

della curva, vediamo venire avanti un ufficiale delle SS. C’era quella belga, una donna

abbastanza anziana, ma svelta, parlava benissimo tedesco, di Bruxelles era, della

resistenza, un tipo in gamba. Lei dice: sentite, quando dobbiamo parlare col tedesco,

lasciate che parlo io. Questo qui viene avanti, e noi continuiamo ad andare avanti; perché

se scappiamo ci spara sicuro: tanto vale guardarlo in faccia. Andiamo avanti, ci troviamo

davanti e lui si ferma. Dice: “Ma chi siete?”. La belga dice: “Siamo prigioniere, in trasporto

(perché si chiamava trasporto anche se eravamo a piedi, no? Ci si trasportava con le

gambe). Siamo malate e siamo rimaste indietro “.

Noi aspettavamo sempre che reagisse in qualche modo.

Dice: “Domani o dopodomani saranno qui gli americani, così tornerete a casa. Di dove

siete?”. E lei dice: Io sono belga. “Ah, dice, anch’io sono belga”. Allora lei, dimentica tutte

le precauzioni (era alta, si raddrizza in tutta la sua altezza), dice: “Sei un belga, e non ti

vergogni di indossare quella sporca divisa?”. Ha fatto bene. Ha fatto bene, perché ci è

andata dritta. In francese glielo ha detto. "Sa, dice lui, io ero studente, mi hanno preso

(ognuno la conta come vuole). Io non ho fatto niente”. Sì, sì, dice lei, comunque...

"Intanto vi dico io dove dovete andare, che non viene nessun tedesco. Andate giù così;

troverete una stradina, lì c'è un cimitero e passa un trenino merci che viene mitragliato

cento volte al giorno dagli americani. Nessun tedesco va lì.

Lui andava in città, si toglieva la divisa e tornava verginello, andava con gli americani.

Comunque ci ha dato dei soldi che aveva; ma non potevamo andare in nessuna bottega.

Ma l’intenzione era quella, non aveva altro. L’indicazione è stata esatta: siamo andate,

abbiamo trovato il cimitero, abbiamo trovato il trenino. Abbiamo vissuto anche lì delle

giornate! I primi giorni non sapevamo cosa fare per mangiare, solo radicchio,

sulle tombe, che è bello grosso, senza lavare, senza niente. Poi abbiano visto dei russi, li

conoscevi dall'aspetto, che passavano con un gran sacco sulle spalle. Allora la russa:

tovarisc, tovarisc, dice in russo, cosa avete lì dentro? Risponde: quando suona l'allarme,

andate così e così. C'erano C’erano fabbriche bombardate e avevano un deposito di rape,

di patate: montagne di robe. Lì riempite il sacco e mangiate come facciamo noi. Noi

eravamo rifugiate in una baracca, dove i becchini mettono gli attrezzi per mettere a posto

le tombe. Si entrava, anziché per la porta, per un buco. Il primo allarme siamo andate io e

la russa: c'erano dei sacchi, lì, e li abbiamo portati. Abbiamo trovato. Ci siamo sedute in

mezzo alle rape e alle patate. Prima abbiamo mangiato una rapa, così, per ciascuna: la

pancia é diventata come un pallone. Poi abbiamo caricato per bene. Abbiamo mangiato,

insomma, un po' di roba.. Poi un giorno è venuto il guardiano del cimitero. Sente

chiacchierare dentro: chissà cosa credeva che fosse, amanti, che so io. Dà un calcio alla

porta, la spalanca. Entra il sole: avresti dovuto vedere la faccia che ha fatto! E’ rimasto

così, a vedere quelle sette sedute sul fieno. Chi siete? Cosa fate qui? La belga gli spiega.

Dice lui: ma qui non potete stare, cosa mangiate? Niente, ha detto lei, erba. Però, dice lui,

qui non potete stare perché io devo avvertire la polizia. Senti, è una cosa incredibile come

sono i tedeschi. Ma come fai ad avvertire la polizia. Se siamo noi, facciamo finta di non

aver visto. Gli americani erano lì che ti arrivavano le pallottole sopra. Domani vengono lì, e

tu pensi che devi avvertire la tua po1izia, che ci sono sette donne disgraziate, lì. Fai finta

di non aver visto! Niente, doveva avvertire la polizia. Domani mattina, dice, andate via

subito, io devo farlo. Va via; verso sera però torniamo a sentire che viene lì, lui e un altro,

anziano e avevano un secchio di patate lesse. Si vede che gli aveva fatto impressione la

faccenda della fame. E magari (pensava): forse quando arrivano gli americani, dirò che ho

aiutato prigionieri... Comunque per noi é stato un pranzo luculliano: ci siamo divise proprio

tutto, anche l'acqua, un po' per ciascuna. Erano soddisfatti a vederci. Abbiamo detto

grazie.

"Va bene, ha risposto, però dovete andar via che è meglio.

E cosi siano andate via. E dove andiamo? In un buco di bombe, siamo andate a sederci.

Ci siamo state una notte e un giorno. Ci siamo uscite, perché é passato un tedesco.

Questa volta i tedeschi erano provvidenziali. Un tedesco civile, un uomo sui 48 anni,50.

Era un buco di bomba di quelle di grosso calibro, ma sai che buchi? Era già nata l'erba, i

fiorellini. Perché lì, Kemnitz, era una città industriale, tutta contornata di grandissime

fabbriche. L'hanno bombardata in una maniera spaventosa. C'erano solo g1i scheletri di

questi edifici, una cosa tremenda: bombardamenti che duravano ore.

Quest'uomo sente parlottare, viene sul1'orlo del buco e vede queste donne sedute lì.

"Cosa fate lì dentro”. Spieghiamo. “Bene, dice, adesso c’è il sole, me se viene la

pioggia?”. Usciremo! "Ma lì non potete stare. Io ho un figlio, dice, che cha ha 18 anni, che

dovrebbe essere volontario, della Hitler Jugend, ma io l'ho nascosto finora e continuo a

nasconderlo, perché ormai la guerra é finita. La sera lo accompagno a dormire da queste

parti. C'é una fabbrica, (io sorveglio tutte queste fabbriche bombardate). Posso mettervi al

riparo per un paio di giorni. Fidatevi di me. Questa sera al tramonto mi vedrete passare

con un giovane biondo. Venitemi dietro da lontano e seguitemi fin dove vedete che mi

fermo”. Viene il tramonto e vediamo quest'uomo, viene avanti con un giovane biondo.

L'abbiamo lasciato passare e siamo andate dietro. Ci porta in una fabbrica bombardata:

c’era un gran cortile e c'erano delle baracche fatte dopo del bombardamento. Ci ha fatto

entrare in una dove c'era molto fieno. Di notte, era un bel chiaro di luna, io sono uscita

due volte e ho visto uomini, una qua uno là, come topi, furtivi. Allora ho capito che era un

posto dove c'era della gente nascosta. Però anche lì si vede che qua1cuno ha avvertito la

polizie. Nel frattempo avevamo trovato degli italiani , militari internati, e anche degli operai,

friulani, che erano rimasti lì a lavorare, che tra l’altro mi hanno dato vestiti: une giacca da

uomo verde con le maniche così. Poi con un pezzo di coperta marron mi ero combinata

una specie di gonna che tenevo legata; e un paio di scarpe mi avevano dato: calzetti e un

paio di scarpe gialle lunghe cinque centimetri più dei miei piedi: arriva prima la punta, poi

arrivavo io. Le avevo riempite di carta, di stracci. Ci avevano anche dato da mangiare (c'

era anche una di Meduno con noi, la Maria di Meduno). Ci hanno dato della minestra:

Mangiavamo lì, nella loro baracca, e poi ci riempivano un pentolino per le altre. Per tutta la

strada, questa Maria Rugo, era una ragazza di montagna, forte, aveva una fame. Dice:

“Cantoni, io non ne posso più". Hai pur mangiato. “Sì, ma a vedere la minestra lì e non

poter mangiare! Dai, Cantoni, prendiamo un ninin (lei voleva che mangiassi anch'io). E io:

vedi, Maria, se cominciamo a mangiare... Questa è per le altre! "Ma loro sono là, distese

nell'erba e noi siamo qua a camminare". Tira e molla, finché le concedevo che prendesse

mezzo mestolino. E dopo fatta un po' di strada: "Dio bon, Cantoni, ancora un poco, dai...

Ma mangia anche tu". Mi faceva pena.

Un giorno, intanto che eravamo fuori noi, io e l'altra, sono arrivati dei po1iziotti, in

borghese però, anziani, polizia civile. Han detto che verranno nel pomeriggio a prenderci

con una macchina, che ci porteranno in un lager, lO Km di lì. Ma figurati che sentimento!

“Sì, sì, hanno detto queste". Appena arriviamo noi: sapete che così, così, così. Allora:

“Allons, madamoiselles" dice quella del Belgio, il faut partir". Diceva sempre così. Però

siamo andate a cercare gli italiani: abbiamo mandata una a dire. Questi hanno detto: vi

nascondiamo noi nel nostro Lager. Stasera andate in quel tal posto, restate lì finché

comincia il buio e noi verremo a prendervi due alla volta e vi sistemiamo nel Lager. (la

gente nei lager andava su e giù, ormai era tutto mollato). Però lo stesso il Lagerfürer,

tedesco, ogni mattina passava a vedere se tutto funzionava nella baracca, cose incredibili.

Allora ci nascondevamo, ci mettevamo sopra cartoni, stracci. E ci davano da mangiare

della loro razione, un cucchiaio per ciascuno, erano una trentina circa nel1a baracca. Era

un bel...

In quei momenti lì... Ti piacerebbe riviverli, in quella forma fraterna. Siamo state anche lì

un pochi di giorni: mi sembrano molti, ma probabilmente non erano tanti. Questi giovani ci

chiedevano, volevano sapere dei partigiani. "Cosa ci diranno a noialtri?". Cosa volete che

vi dicano, siete stati presi prigionieri, non possono dirvi niente. Non riuscivano a connettere,

a capire un po'; perché erano certi che erano 5/6 anni che erano via da11' Italia,

esclusa magari una puntata per licenza, un giorno magari, giusto per imbastire un figlio,

qualcuno. Erano di tutta l' Ita1ia. Ci siamo messe d’accordo con tre italiani: uno era dalle

parti dl Rimini, gli altri non ricordo. Io avevo fatto un paio di mutande a un marinaio,

e questo marinaio, che lavorava con un fornaio e stava molto bene (un fornaio tedesco): lo

aveva ingrassato bene. Diceva: "lo sto benissimo, meglio che a casa". Era come un papà

quell'uomo per lui: era solo lui che lavorava lì. Fatte a mano(le mutande), cucite alla

buona; e lui mi aveva portato per premio un filone di pane da due chili: figurati, une

ricchezza. Poi c'erano delle patate cotte sulla brace, uno zaino pieno, e siamo partiti prima

dell'alba: tre uomini e io e la Casati. Le altre, ognuna si è arrangiata, ci siamo perse. Una

mattina prima dell'alba siamo partiti, loro conoscevano bene la strada perché avevano

fatto la prigionia sempre lì. In quei bellissimi paesetti della Turingia c'era aria un po' di

felicità: era bello, perché in campagna non si vedeva, la guerra non aveva lasciato tracce

come nelle città. E tu vedevi quei paesetti, quelle casette, sai? in Germania, che sembrano

case di fata. Era primavera: loro hanno alberi di frutta sulle strade: era una cosa

meravigliosa. E anche la disposizione degli animi della gente sembrava abbastanza...

quel1i chiedono la strada per andare in un paese. Un contadino dice: andate giù di lì, c' é

un bosco e poi c'é la riva, e là siete... là devono essere già gli americani.

Aspettavano gli americani con gioia. Arriviamo nel bosco, vediamo una sentinella: un

tedesco, mimetizzato fino all'ultimo momento, pensa tu, sul confine. Era molto giovane.

Questo ci finisce, ci spara. Se non che lui si é girato dall'altra parte, ha fatto finta di non

vederci. Però loro facevano anche questo: si voltavano e quando eri di schiena ti facevano

fuori. Perciò noi andavamo via sempre in attesa delle pallottole nella schiena. Invece non

ci ha sparato. Così abbiamo attraversato, abbiamo visto bandiere bianche dappertutto,

vuol,dire che qua c'è la resa dei conti. E siamo andati avanti un pochino. Abbiamo visto

passare due americani ubriachi in balla, su una jeep: non ci hanno neanche guardati; ma

non importa, voleva dire che c'erano. Allora ci siamo abbracciati tutti cinque, tutti felici.

Abbiamo visto una fontana, ci siamo seduti, abbiamo mangiato pane, patate arrostire e

acqua. Il nostro aspetto era migliorato. Ma sai che male a mangiare? Dio, che bruciore di

stomaco. Mangiavo perché sapevo che bisognava mangiare. Per fortuna ho cominciato a

mangiare roba che non era, come si dice, grassa. Patate, roba così, che magari ti fanno

bruciori, ma non ti lasciano i grassi nel fegato. ... Mangiavo: una fame da lupo. Dopo mezz'

ora cominciavano i dolori fino nella schiena e le lacrime. Sai, quei bruciori allo stomaco, mi

venivano giù le lacrime così. Dopo un poco passava tutto.

Una fame! Torna a mangiare. E giù. Insomma, a forza di dai, e mangia, e soffri e tienti lo

stomaco, finché ce l’ho fatta. La Casati non mangiava. Mangia, dicevo io, bisogna.

Camminiamo ancora un poco, non si sa mai, una controffensiva... Non c’era niente lì; però

i russi hanno trovato resistenza: c’era in una foresta un gruppo di SS che aveva deciso di

resistere fino all’ultimo sangue: gli americani gli sparavano e questi qua che non si

arrendevano. Comunque siamo andati avanti e verso sera abbiamo visto una baracca in

un prato. Dentro c’erano degli ita1iani, vestiti a festa con i vestiti dei tedeschi, vestiti bene,

sai, meridionali che hanno tutte le inventive (erano internati militari); e lì avevano una

radio, e poi tanta roba da mangiare, galline, di tutto. Ci hanno detto: venite qua, passerete

la notte qua. E lì ci hanno dato da mangiare molto bene e abbiamo sentito la radio. E

c’era, guarda tu, Scoccimarro che parlava. Era radio Lussemburgo, che era una

trasmissione per gli italiani in Germania. Incominciava con un pezzetto del “Conte di

Lussemburgo", non mi ricordo quell'arietta più., l'ho tenuta a mente tanto tempo. Quel

giorno lì parlava Scoccimarro e spiegava della liberazione delle grandi città (sarà stato il

27 o il 28 aprile). Ma bello, la Casati tutta commossa che piangeva, tutti lì attaccati

all’apparecchio, e sentire, noi specialmente, che eravamo più sensibili dei militari in certe

cose. Dopo siamo andati avanti ancora e ci siamo fermati in un paese, perché nei paesi,

Man mano che venivano liberati, c’era l'ordine di dare vestiti a chi era senza vestito e in

tutte le scuole del1a Germania erano allestiti dei lettini e si poteva, stare due giorni, di

passaggio (per un mese c'é stata questa cosa), e avevi il diritto ai mangiare.

I tre ita1iani avevano deciso di tornare a piedi a casa. Io ci sarei stata, ma la Casati aveva

molto male: delle crisi, il cuore che le batteva forte forte, non ce la faceva a camminare.

Lei mi ha detto: "Senti Rosa, tu vai,

fai quello che credi, io però non posso perché morirei per la strada. Mi manderanno a

casa, no?". Quella volta ho detto: "Lasciarla lì, no: tanto ormai ci manderanno a casa”.

Siamo rimaste in questo paese e questi tre italiani sono partiti. Ci siamo abbracciati e via.

Ci siamo promessi cartoline, e poi ci siamo anche scritti una cartolina, poi basta. Si crede

di non dimenticarsi più, invece non è vero. L’indomani ci dicono che c’é un gruppo di

italiani: chi voleva, si raccoglieva in gruppo; chi voleva tentare il rimpatrio, era libero. Per

un mese è stato questo. Siamo andati a cercare questi ita1iani, erano 150, militari

internati, esclusi due fratelli di Modena, che erano partigiani, venivano da Fossoli. Uno

aveva 17 anni, giovanissimo. Quell'altro un po’ più anziano e suonava la fisarmonica.

Erano alloggiati in un albergo. C’era un carabiniere siciliano che era uno spettacolo: era

pieno di fidanzate dappertutto. Aveva una zia e la nipote: la nipote 16 anni e la zia 40. Gli

davano da mangiare, era gente che stava bene: le padrone dell'albergo. Siamo allora

andate lì, e questi ci hanno accolto, figurati, con gran gioia, hanno messo su un tavolo

tutto quello che potevano: gamellotti di minestra e robe così. Al1orac io incomincio piano

piano: raccontando mangiavo, spariva tutto. Più mi davano e più mangiavo. E così

abbiamo fatto parte di questo nucleo in attesa che gli americani ci rimpatriassero. Siamo

andate a prendere vestiti nuovi: io ho preso un vestito rosso di lana, ridicolo. Ho dovuto

tagliargli via... aveva dei camuffi, delle robe. E lei ha preso un vestito verde.

Era un vestito da ballo, gli abbiamo tagliato qualcosa dietro. Abbiamo fatto il bagno nella

soda, perché non avevamo mai fatto il bagno: una cragna. C'era una cantina sotto, questi

giovani ci hanno fatto scaldare l’acqua in una tinozza e a turno abbiamo fatto un bel

bagno. Da allora non ho avuto più pidocchi né niente.

Poi però gli americani ci hanno detto che loro non rimpatriavano, perché lì devono venire i

russi, penseranno loro a rimpatriarci.

I russi, poi, hanno detto: qui siete in pochi, non abbiamo mezzi per rimpatriarvi. Fate una

camminatina, dove ci sono altri... Allora ci raduniamo la mattina e con i carrettini, con i

quali là vanno le donne a fare la spesa, e via cantando, con una bandierina tricolore.

Cantavamo: “Mamma, son tanto felice..." e invece andavamo in su, a nord. Eravamo in

150 e, cammina cammina, siamo arrivati in 2000 italiani. Ci davano viveri in natura, da

cuocere: patate, robe così. I russi avevano la scorta russa. Pioggia dappertutto e si

cresceva sempre. Quando eravamo in tanti, arriviamo in una zona dove c’erano paesi,

così; e sentiamo suonare la sirena. Orca l’oca, che cos’è? Non sarà mica... Suonavano la

sirena per noi: cioè arrivavano 2000 italiani: c' erano allora i poliziotti senza armi, in

borghese, però nascondevano un bastone dietro la schiena, a vederci passare. A

raccontare, ci sono di quelle cose... Forse mi sono servite di più le risate che

facevo:perché, sai, quando sei in 2000 italiani, c’è un’inventiva...Una cosa straordinaria. Si

vive bene. Una volta è arrivata una capra. Due calabresi hanno visto una capretta:

prendiamola che facciamo un arrosto. Si doveva pur mangiare, mica sempre quelle robe lì!

Prendiamo su la capra, la mettono in un sacco bucato e la mettono sul carretto. Allora il

contadino va dai russi, erano in 4 ragazzi giovanissimi; e gli dice: gli italiani mi hanno

rubato una capra, io la voglio di ritorno. "Va bene, senz'altro”. Allora questi qua fanno la fila

dei 2000 per vedere chi ha la capra. Nessuno dice. Se non che la capra, poverina, stava

male lì dentro, ha cominciato a belare, proprio quando c’era la scorta lì. L’hanno presa,

hanno fatto una ramanzina a quelli che l’avevano: non si ruba, adesso dobbiamo tornargliela

indietro.

E quando è sera, che ci fermiamo in un bosco per dormire...

(Si dormiva nei boschi quando non pioveva, sennò nelle case bombardate: ce n’erano

tante! Trovavi di tutto dentro, anche cadaveri. Una volta sono entrati in una casa, non io:

c'era un vecchio solo, disteso su un letto, che stava morendo. E quando sono entrati

questi, così, per vedere se trovavano qualcosa da mangiare, da mettere su, sai, così, ti

arrangi; questo qua aveva come fatto cenno: venite ad aiutarmi: ma cosa possono fare

questi qua? Sono scappati fuori sconvolti... Pensa tu che fine. Vecchio, si vede é rimasto lì

ed é morto così, di fame, di male. Poi ogni tanto trovavi dei cadaveri, sempre di gente

anziana, distesi: puzza da lontano, poi vedevi qualcuno disteso, morto, sotto il sole,

perché morivano anche di fame, chi non poteva arrangiarsi. Era una zona, quella lì, dove

la guerra aveva fatto andata e ritorno, nei Sudeti, da quelle parti lì).

Allora ci mettiamo in questo bosco e i 4 soldati avevano acceso un bel fuoco, avevano

combinato uno spiedo, e la capra che si arrostiva...

Siamo andati a finirla fino a Sagan, nella Slesia, fra Polonia e Cecoslovacchia: un grosso

paese, un campanile altissimo e non c’era nessuno ad abitare.

La gente era scappata, non so, perché, e non c’era neanche granché bombardato. Ci

hanno messi in questa casa. Lì c’erano croati, sloveni, noialtri italiani con quelle slovene

che erano italiane, che poi volevano diventare slovene; poi a un certo punto volevano

diventare italiane, secondo che gli andava bene. "Mi son taliana”, oppure: “Mi non son

taliana, son jugoslava, jugoslovenka”.

Siamo rimaste lì un bel po’. Lì mi sono rimessa anche. Ti davano da mangiare: c’era uno

zuppone, un minestrone che aveva anche pezzi di carne. Pane di quello che fa il bruciore

di stomaco, ma era per tutti così, lo mangiavano anche loro.

“Bisogna lavorare, dicevano. Cosa far niente? O lavorare o fare qualche cosa: teatro, robe

così”. C’era la compagnia di teatro. Mi sono detta: “Perché non vado a fare teatro

anch’io?”.

Una volta mi hanno mandato a pulire i maiali e io sono scappata. Allora ho detto: "Mi

conviene fare la

prima donna: c’erano poche donne. Io e quelle due istriane, diciamo: andiamo nella

compagnia, per amor di patria anche. Si andava fuori a fare teatro nei vari centri di

raccolta di russi, ecc. Qualche commedietta. E

si mangiava sempre, patate magari, poi quello che ti davano; patate quasi sempre.

Avevamo un soldato russo autista, ci portava fuori con un camion, con gli attrezzi dello

spettacolo, strumenti: avevamo un bel gruppo di suonatori. In 2000 trovi tutto, il poeta...

trovi tutto. Ci portava fuori lui, ma le strade al buio, piene di buchi e lui che cantava come

un matto, col berretto sulle ventitre, ci sbatteva di qua e di là perché andava a zig zag.

Non so come ce l'abbiamo fatta quelle sere lì.

Finalmente ci hanno rimpatriati, ma era già che veniva freddo, perché si era al nord. Un

mese prima, siccome c’era la rimpatriata dei malati, ho scritto due cartoline per la croce

rossa, le ho date a qualcuno lì. Difatti le hanno consegnate alla croce rossa e una è

arrivata a casa mia. Ho scritto: "Sono ancora viva, malgrado tutto, spero di vedervi presto,

preparatemi da mangiare risotto e...", non so cosa ho chiesto.

Hanno messo un treno bestiame, sempre con vagoni bestiame, andata e ritorno, tutti

italiani e sloveni di nazionalità italiana che erano con noi.

Il viaggio è durato 15 giorni, sempre fermate. Ci avevano dato due vacche anche, magre

come... ma vive; e uno dei friulani (uno era barbiere e faceva anche teatro... Che ridere

con lui. Senti, non ho mai riso tanto come... Ormai si diceva: non bisogna stare a pensare

qua. Se ti metti a pensare, guai. Ci si aiuta. Difatti mi volevano bene tutti, aiutavo, cucivo)

andava a mungerle e poi ci portava il latta, latte tisico magari, perché erano tanto magre,

povere bestie. Un goccettino facevano. Ce lo portavano a me e alla Casati. E poi le

ammazzavano: hanno fatto il brodo. Quando siamo arrivati in zona americana, invece, ci

davano loro pronto.

Siamo arrivati in Austria e abbiamo fatto un paio di giorni di quarantena in un brutto posto,

una brutta caserma, un vento. Lì c’erano americani, ma di quegli americani alla cow boy,

selvaticoni. Grandi grandi, biondi, grossi: dovevano essere stati almeno di origine tedesca.

Ci trattavano con la frusta: alè paisà, alè

Paisà, come fossimo delle mucche. Ci hanno fatto dormire per terra, sul cemento... Non

capivano niente le cose! Perché invece nella cittadella dove siamo rimasti abbiamo trovato

degli americani, di città però, di origine italiana, gran parte siciliani.

C'era uno che si chiamava Giardina, bravo... Era di New York. Ci portavano di tutto, di

quello che potevano: scatolette, avevano la frittata, avevano tutto pronto, ma sai che roba.

buona? Vestiti ci hanno portato; e un po' era il carabiniere che andava a far l’amore con le

tedesche e gli portava via scape, grembiuli, per portarceli a noi.

Lì era invece una roba tremenda. Ci hanno fatto la disinfezione, col flit, per sotto, per

sopra. E poi siamo tornati in Italia. Per il Brennero, ma un ritornono abbastanza triste. Era

avanti la stagione; pareva che tutti si fossero messi d'accordo a salire sul treno a dire male

dell'Ita1ia, male di tutto. Il ritorno, ti dico francamente, è stato una cosa talmente deludente

che mi ha fatto chiedere, quando sono arrivata, se valeva proprio la pena. quello spirito

che ti aveva tenuto su fino a quel momento è andato.... Passato il Brennero, appena

passato il Brennero, sono venuti su a darci da bere un po' di latte. Hanno suonato il saluto

della patria, l'inno di Mameli mi pare, dei militari erano, ed era sera. Poi ogni stazione, dal

Brennero in giù, sempre gente strana che veniva a dirci: “Ma... Venite dalla Germania?

Proverete in Italia. Era meglio prima”. Capisci? Un fatto deleterio. Non venir su a dirci:

Poveretti, come state? Se avessero detto questo... Si vede che venivano su

appositamente. E siamo arrivati a Pescantina, che è vicino a Verona. Era il centro dove si

raccoglievano i prigionieri che venivano giù dal Brennero per smistarli. Hanno fatto un

treno per il sud e uno per il nord, Milano, ecc. Allora sul treno del sud qualche matto aveva

fatto un cartello con su scritto: Italia sudicia e Italia nordica. Per sfottere. “Stai attento,

Pasquale, tieni d'occhio la valigia perché da Roma in giù te la portano via”.

A Pescantina ci hanno messi in un centro di raccolta, quelli che venivano di qua; c’erano

delle tende (erano i frati stimmatini). Pioveva a dirotto e le tende erano tende, cioè

appoggiate sulla terra. Eravamo 15 giorni che si viaggiava senza mai dormire, solo sui

vagoni bestiame, distesi sulle tavole. Poi una minestra di fagioli. C’erano anche donne, ma

loro avevano l’opinione... chissà cosa delle donne.

(Voglio raccontarti proprio, a proposito di donne, cosa ci succede spesso. Ci han buttato

dentro lì (eravamo io, la Casati, le due sorelle istriane, una non aveva 18 anni). Passano

due carabinieri giovani, guardano dentro, a curiosare. Dicono: "Ma cosa fate? Ma son

matti? Perché vi lasciano qua? Non avete neanche dove sedervi qua". C'era una

panchina. Avremmo dovuto passare la notte lì, secondo loro. Ci hanno detto: “Venite,

venite nella nostra caserma” Avevano una baracca di legno... Ma così simpatici quei

carabinieri. Tutti giovani erano. Ci hanno dato i loro letti, ci hanno fatto vino brulé e ci

hanno fatto raccontare un po' la nostra storia. Era un piacere parlare con loro: sai, curiosi

di sapere... Poi l'indomani siamo tornati a Pescantino. Ci fanno un camion per andare a

Mestre, que11i che dovevano venire per qua:Udine, Trieste, Gorizia, Pordenone...

Partiamo e arriviamo a Mestre di sera. Era tardi; chiediamo dov’è il centro ristoro reduci

per andare a passare la notte e mangiare qualcosa. Soldi, non ne avevamo neanche un

centesimo. Almeno avessero dato un po’ di soldi! Non eravamo solo noi, ma anche altre

persone: una donna anziana, di quelle andate a lavorare in Germania e poi rimasta lì. Era

sorda, era di Mortegliano; poi c’era una bambina con la madre: gente che era stata in

Germania e poi li avevano fermati e non avevano potuto rimpatriare.

Siamo lì che giriamo, pioveva a dirotto... Passa un giovane. Ci guarda: "Scusate, siete

forse reduci?". "Sì". "Dalla Germania?". "Sì". C'erano anche uomini. Eravamo circa in 12.

Si è presentato. Capriotti, si chiamava. "Adesso, dice, é tutto chiuso. Non va neanche

l'autobus. Il ristoro reduci é lontano da qui, fino a domani mattina non c'é niente da fare.

Adesso andiamo a prendere qualcosa”. Ci ha pagato da bere, vino, in una bettolaccia. “E

adesso come passerete la notte? A casa mia potrei portare uno due, uomini, perché

dipendo dalla famiglia. Però... Bella idea. Io abito vicino al convento dei cappuccini.

Andiamo lì e vediamo se vi tengono nell'atrio fino a domani, almeno che non prendiate la

pioggia”. Ma pioveva, eravamo zuppi fin sotto la pelle. Le scarpe marce...

Andiamo e lui suona. Viene fuori un frate attraverso lo spioncino. "Reverendo padre, dice

questo mellifluo, per stare in buona. Sono io, Capriotti Dante; ho qui un gruppo di reduci

dalla Germania, non possono andare in nessun posto; il centro dei reduci è chiuso.

Almeno tenerli al riparo dalla pioggia fino a domani mattina”. Questo apre il portone, cauto

cauto, vede donne. "Ci sono anche donne?" e brunf! chiude la porta un’altra volta. E torna

per lo spioncino. Dice quell’altro: “Se non potete tenere donne, tenete almeno gli uomini”.

"No, no, dice, non possiamo, non possiamo tenere gente noi. Mi dispiace". Chiude lo

spioncino. E quello gliene ha dette di tutti i colori. Puoi solo immaginarti cosa diceva.

Ma aveva una fiducia nell' umanità straordinaria, poveretto. "Allora, dice, adesso andiamo,

tentiamo dalle suore che sono qua dietro. Quelle sono donne, avranno almeno per le

donne un po’ di compassione”.

Suona. Viene fuori una suora da una finestra.: "Chi. é?". “Reverenda madre, sono... E

dice nome e cognome, abito qua, in via Cappuccina. Ho qui alcuni reduci, ci sono delle

nonne, c'é anche una bambina... Se poteste ospitare, almeno le donne, fino a domani

mattina... In qualsiasi posto, anche sotto il portico, dentro, purché non sia nella pioggia".

"Ah, dice. Abbiamo l'ordine del vescovo di non aprire a nessuno dopo le 8 di sera”. “Ma

neanche se uno muore non potete aprire?". "No , dice, noi dobbiamo seguire gli ordini,

non possiamo aprire a nessuno"; brunf e chiede la finestra. Allora, non dico quello che le

ha detto, perché... "Vergognatevi tutti quanti... Se questo é il vostro amore del prossimo...".

Io ridevo anche. Allora dice: "Niente..."; ma non mollava. “Proviamo all'asilo notturno.

Andiamo all'asilo notturno. Ma a quei tempi lì gli asili notturni erano pieni di gente

sbandata, delinquenti, brava gente, di tutto. Sentiamo una bolgia dentro, una confusione.

Suona e viene fuori il guardiano. "Cosa g'avé, ancora gente? Via, via de qua che xe già tre

volte che chiamo la polizia. Qua i se copa, i se massa. ‘Ndè via subito, andè via, non

voglio aver nessun più". E così ci ha chiuso la porta in faccia. Aveva anche ragione, forse:

chissà cosa ci capitava, dentro. Allora questo qua, che non molla, dice: "Andiamo casa di

ricovero". Sembra impossibile, eh? Allora andiamo in casa di ricovero. Suona, si sente

ciabattare, viene fuori un vecchietto, tutto curvo, con una moglie, anche lei anziana.

Quello dice: "Io sono così e così (diceva chi era, lui) e qua ci sono questi poveretti che

vengono dalla Germania, così e così... E’ 15 giorni che girano, piove a dirotto. Se poteste

tenerli in qualche posto, al riparo, per stanotte".

"Oh, poareti, poareti, fa questo qua. Ma... non dovaria perché go l'ordine de non far entrar

nessun, ma... Vignì vignì dentro, vignì dentro". Allora entriamo. C'era un grande stanzone,

quasi vuoto. Cerca dei cuscini. Poi, lui e la moglie, avevano un po'

di latte: ci hanno messo acqua e l'hanno fatto scaldare. "Vengo io domani mattina presto"

dice quell'altro. "Vi prego una cosa sola: de andar via presto, perché se la superiora la sa

che go ospità gente, povero mi, stago fresco". Appena buttati giù, ci

siamo addormentati, come morti tutti quanti. Avevamo levate le scarpe, tutte bagnate; ma i

piedi dopo diventavano così grandi... Perché, tenuti nell'umidità, compressi per giornate

intere, perché non si levavano mai quasi... Insomma. la mattina io mi sono svegliata che

era già il sole alto. Non pioveva più; apro gli occhi e vedo il sole. Mi guardo intorno: "Dove

sono?"; e vedo una suora che mi guarda. Senti, ho ancora il viso di quella suora nella mia

testa. Cioè, questa suora mi guardava, ma con un'espressione come di schifo, sai? Senza

dire una parola; come di ribrezzo, a vedere donne e uomini distesi per terra. Loro a quel

tempo erano molto indietro. Per dire la verità, hanno camminato molto anche loro, per

fortuna. Non ci hanno detto niente; non so però se al vecchio avranno detto. Comunque

abbiamo ringraziato, e dopo non potevamo più mettere le scarpe. Tira, sburta...

Zoppicando siamo andate via. Era giorno, era venuto questo Capriotti: "Adesso vi

accompagno alla filovia e andate al ristoro reduci". Ci accompagna, ha pagato lui,

poveretto. Poi ha chiesto l'indirizzo... Ha. detto alle due slovene che lui andava per affari di

legname in Jugoslavia, le porterà lui a casa col camion. E le ha portate, fino a Pisino; e poi

per la strada le ha offerto da mangiare... Bravo, proprio, poveretto; proprio veramente

generoso. Per finirla, prendiamo il filobus e andiamo al ristoro reduci. Quelle altre, la

donna con la bambina, avevano girato strada: eravamo le quattro partigiane e i militari,

4/5, non mi ricordo più. Arriviamo al ristoro reduci, entriamo. Gli uomini, i militari, avevano

la targhetta, ma noi non avevamo fatto il conto che eravamo anonime, senza niente, senza

una carta. Allora il maresciallo dice, con aria...: "Va bene, voi siete militari, venite qui. Però

noi alle donne non diamo da mangiare. In quella volta., mi é venuto su proprio...eh? "Non

diamo da mangiare, perché qua é ristoro reduci. Solo i soldati mangiano qua". Si vede che

lui aveva l'opinione di chissà cosa, no? Sono diventata rossa come un galletto. "Senta, ho

detto, questa é l'ultima che ci capita. Si ricordi che noi non siamo donne che sono andate

~ in Germania a fare forse quel mestiere che lei pensa. Noi siamo partigiane e siamo state

prese così, perché siamo partigiane, perché eravamo contro il fascismo e contro il

nazismo e contro la guerra. Va bene, se in Italia alle donne, anche se muoiono di fame,

non si dà da mangiare perché dovrebbero essere soldati con la matricola qua, va bene,

vuol dire che abbiamo sofferto tanta fame, ma in quella volta eravamo prigioniere, e -

soffriremo ancora un poco nella nostra Italia". E' rimasto allora, perché ha capito che c'era

la faccenda: quelle due che bestemmiavano in croato. "Andemo via, putele, andemo via".

Andiamo via e lui ci corre dietro. Mi viene vicino: "Senta... Sa, non volevo... venite, venite

anche voi". Io avevo voglia di tornare indietro, ma volevo essere sdegnosa. "No, no, ho

detto, sono stufa di prendere umiliazioni. Ci trattano come fossimo...". "No, sa? Io non vo

levo, credevo...". "Va bene, va bene, ho detto". "Venite! venite!". "Andemo, andemo

pute1e". Mi accompagna dentro. Ci dà una minestra di fagioli, buona, il vino, abbiamo

parlato un po'. Insomma ci siamo rifocillate, abbiamo fatto pace con la

patria; poi siamo partiti e ci siamo salutati. Sempre in carro bestiame: un treno e siamo

salite senza biglietto. Dirette per Udine da Mestre. Era passato tanto tempo! Non é che

fosse tanto tempo: era passato tanto. Perché, vedi, quella vita lì... Esperienze fatte nel giro

di poco, é come se tu avessi vissuto 20 anni.

Venti anni certe volte non ti dicono niente: li hai passati così, mangiando, dormendo,

vedendo cinema magari... Lì invece e'era tutto un discorso ancora da pensarci sopra.

Allora siamo arrivate, io e la Casati, di sera, tardino, a Udine. Ma non é finita ancora la

storia. Arriviamo in stazione, ci fermiamo lì. Avevamo paura ad andare a casa, perché non

si sapeva niente. Hai paura di trovare morti, o la casa bombardata. Lei dice: Io vado da

mia zia (abitava in via Aqui1eia, aveva un negozio); vado da mia zia, poi vedremo a casa

com'é". "Sì, sì, dico io, io prenderò...". C'era il tram, quella volta.

Allora sta a sentire. Sono lì che aspetto, non mi decidevo mai ad andare. Avevo ca1zoni

gialli di tela, di tedesco, un soprabito tedesco, da donna, e lo zaino col pelo fuori, sai,

quello dei tedeschi. C'era anche scritto il nome de11'ex padrone. Aspettavo. C’era un

giovanotto, in parte, ben vestito, un bel soprabito, tutto bene. Era ottobre, il 27 ottobre,

quindi era fresco già... Mi dice: "Signorina, dove é stata, a Caste1monte?".

In gita, no? con lo zaino; "NO", ho detto. "No? non é stata in gita?". Dato che desiderava

sapere: "No, vengo dalla Germania". Lui si mette a ridere. "Cosa c'é da ridere?", ho detto.

"Perché anch'io vengo dalla prigionia, ma io vengo da Coltano, dice. Ero del la Milizia, gli

americani mi hanno messo a Co1tano". "Però mi pare che l'hanno trattata bene, ho detto

io. Così ben vestito, con la bella valigia, ben pasciuto". "Eh, sì; non mi lamento”, dice lui.

Allora ho detto: "Di dov'é?" "Di Tolmezzo". Era di Tolmezzo sto giovanotto. Poi lui parte e io

resto lì. Arriva un tram. Sopra c'era un uomo solo e il tranviere, é morto adesso. A quel

tempo era famoso per i suoi baffi, aveva doppi baffi dei tuoi. Era anziano, uno dei più

anziani tranvieri che erano in servizio. Mi hanno detto che era piuttosto fascista, dopo,

quando ho raccontato la storia. Allora

io dico: "Adesso salgo sul tram e vado fino in piazza S.Cristoforo”. Abitavo in via

Superiore. Anche per non fare tutta la strada all'una di notte a piedi. Non avevo soldi

naturalmente. Salgo. "Senta, ho detto, io vengo...così e così, non posso pagare il biglietto

perché soldi non ne ho". Dice: "Io... Se non mi pagate il biglietto... io non porto nessuno

senza biglietto. Lei mi deve pagare il biglietto". "E io le ho detto da dove vengo e non glielo

pago". "E allora scenda". "E io non scendo". E questo insisteva: come si fa a viaggiare

senza biglietto; "ma le ho detto dove sono stata e sono arrivata adesso". Allora l'altro, che

era dietro, si alza e dice: "Ma non si vergogna. Di cosa ha paura, di mandare “a remengo”

le tramvie? Qua, qua, le pago io il biglietto". Gli ha tirato i soldi, che lui ha preso

brontolando. Sono scesa in piazza S.Cristoforo. In piazza S.Cristoforo mi é venuto dietro

un inglese: "Signorina...": sai, a quell'ora lì!

Gli ho detto, in friu1ano: “Va a remengo tu e... Sono stufa di tutti. Fila, fila". Ha preso paura

e ha girato l'angolo. Pian piano sono arrivata a casa. Quand'ero vicino a via Ba1dissera,

c'era una vecchietta che mi dice: "Signorine, dulà isal borg Vil1a1te?". "Vada avanti ancora

un po', è lì". E c’era la fornaia dove noi andavamo a prendere il pane, alla finestra, perché

stava sempre alla finestra e sapeva tutto. E mi ha riconosciuta dalla voce. Mi dice: "Ise jè,

Rosina?". "Si, soi jò". E' venuta giù. "Senta, mi dica subito cosa é, se posso andare a

casa". "No, no, dice, non é successo niente. Sua mamma... Sì, i l tempo passa, però spera

sempre... L' accompagno io" Mia madre era andata a dormire in quel momento. C'era mio

fratello, che é morto dopo. Ci siamo salutati.

Lei diceva: "Sa, alla mamma può fare anche un effetto". Allora io mi sono nascosta dentro

il sottosca1a. La donna dice: "Siore Marie, venga giù, venga giù un momento che ho

notizie di sua figlia". Mia madre viene giù di corsa. "Mi hanno detto che l'hanno vista in

stazione, questa mattina". "Eh, dice lei. Sul serio?" "Sì". "Eh, ma allora deve essere

abbastanza a remengo, che non é venuta a casa. Figurarsi se sta lì in stazione, dalla

mattina". Allora io non ne potevo più e son saltata fuori. Siccome era arrivata già da un

mese quella cartolina, si era sparsa la voce che stavo per tornare e che avevo fame e

sete, e in arretrato, allora una aveva mandato farina di polenta, un'altra aveva mandato

una bottiglia di vino. E così siamo state lì, abbiamo bevuto sto vino...

E dopo è ricominciata la storia.

Però ero rimasta come svuotata, sai che brutta sensazione? Improvvisamente cominci ad

incanalare sta roba che ti é girata nel cervello, vista, sentita, vissuta. E poi anche questo

ritorno triste in un certo senso; e mi chiedevo...

Sono stata matta, parecchio tempo; nel senso che mi domandavo se veramente valeva la

pena... Sapevo che era giusto, ma dicevo: cosa sarà dell'umanità, capirà, farà... Anche per

gli uomini e le donne stesse: anche la prigionia non é che ti abbia tirata su, non é che ci

fosse tutto quell’amore tra prigionieri, capisci? Perché quella prigionia lì non é una

prigionia che ti dà... E' una cosa tristissima. Non era come quando eravamo in prigione a

Udine, che arrivava il mangiare a me perché ero di Udine, e alle altre di qui, e si divideva

tutto, si cantava. Era una cosa avvilente. Dici: come ci si riduce a quel punto lì, e come

sarà possibile che non si torni... Cominci a non credere. E' anche questione di giovinezza,

ma ad un certo punto non ti viene più quella purezza... Sei convinto che bisogna fare,

certamente, che bisogna lottare; ma é una cosa molto diversa. Allora ho detto: "qua non la

devo dire a nessuno: é una cosa che o mi arrangio da sola a superarla, o niente".

Anche le condizioni di vita che ho trovato... Sono tornata a lavorare. Era male perché si

lavorava tre giorni la settimana, perché non c'era la corrente elettrica. Ero tornata da

Basevi, che mi ha accolto veramente bene. Però non arrivavi neanche a mangiare, cioè, si

arrivava così, a stento. Allora dicevi: mah. E' poi tutto questo risalire della reazione... Sai,

qUel negare valore alla lotta partigiana, non ti credono di tutto quello che é stato. Io non

sono una che pretende che credano a me, però dici: ma allora, cosa sta succedendo? E

resti... Però ti tocca difendere, difendere quello che eravamo. Perché noi per molti anni

abbiamo dovuto essere in posizione di essere vivi, di farsi conoscere: che ci siamo, che

abbiamo dato, che abbiamo fatto. Molti sono stati sopraffatti da questo, hanno abdicato,

oppure hanno fatto i fatti loro e adesso un ninìn si tirano su perché le cose sono cambiate

grazie a noi, grazie a quelli che hanno tenuto duro. Perché era dura: discriminazioni contro

i partigiani... Poi, se raccontavi qualcosa...

A me magari la gente ha sempre creduto un po', ma generalmente ad altri non credevano

le cose che sono successe in Germania. Si é cominciato a pensarci sopra dopo il

processo di Eichmann. E' andata bene che sia stato: non era un processo ad un uomo,

quanto invece risollevare la questione e far pensare. Sono venuti fuori documentari, di

tutto, dopo.

Comunque é stata dura.! Poi al lavoro, viene il momento di nominare la commissione interna

e le operaie dicono: Rosina, mettiamo te. Era delegato di fabbrica, veramente, perché

eravamo troppe poche per far la commissione. "Eh, ma dai, proprio a me?

Lasciatemi in pace un pochino, poi vedremo. "No, sai: te il padrone ti ascolta, e poi hai

fatto esperienze". "Sì, dico, anche troppe". Insomma ho dovuto accettare. E così é stato

un calcio nel sedere che mi ha tornata a...

Eh, ma son state dure... E' stato duro il dopoguerra. Adesso non se ne parla. Sai, i giovani

magari dicono: "Eh, potevate far questo... e il partito...; i partigiani...".

Non si poteva fare. Non si poteva fare perché era tutta una situazione....

 
 

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