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LA RESISTENZA PER LE SCUOLE 2

1 Il fatale 1943
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7 l'estate partigiana
8 un altro inverno
9 la Liberazione
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11 Udine 2 febbraio 1945
4 Sulla Resistenza ci abbiamo campato tutti

LA RESISTENZA PER LE SCUOLE 1

3 La Resistenza: una memoria non condivisa
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TESTIMONIANZE > INTERVISTA A ROSA CANTONI "GIULIA" (1)

Intervista a Rosina Cantoni nella sua casa in via Abbazia a Udine

Prima parte

Udine, 28 luglio 1981

Sono nata per combinazione a Pasian di Prato: mio padre aveva tentato la sorte

prendendo in gestione una osteria; ma non era il tipo adatto per fare affari, era meglio che

facesse l'operaio come era. La prima infanzia l'ho trascorsa a Paderno e poi in via S.

Lazzaro, poi via Superiore e via Di Toppo.

La mia famiglia, famiglia operaia: mio padre era un po' di origine contadina (clericale la

sua famiglia); ogni famiglia aveva un prete e anche mio padre aveva un fratello prete. Mio

padre, tirato su cosi da piccolo, fino ad una certa età andava a cantare anche in chiesa.

Era tipografo e ad un certo momento ha tagliato corto e poi non voleva neanche saperne

(della religione). Avevo tre fratelli; ne avevo di più ma sono morti piccoli. Una volta tutti

avevano tanti figli. Miseria, e più miseria c'é più figli ci sono. Mia madre: che stupidi che

eravamo, si aveva paura di far peccato. Figli uno dietro l'altro per paura di far peccato. Il

fratello di mia. madre era socialista. I miei primi ricordi di bambina. erano di quegli anni lì,

del '20. Un mio fratello era tipografo anche lui, poi é diventato intagliatore in legno, poi

dipendente del comune. Io ero la più piccola, ma quel periodo storico che si viveva

incideva anche sui bambini attenti alle cose. Poi c'é la sensibilità: qualcuno passa in

mezzo alle bufere e non si accorge di niente. Mi ricordo di un mio zio, di cui avevo stima;

era operaio, si chiamava Pietro. I fascisti lo cercavano per dargli l'olio di ricino, bastonarlo.

Poi gli hanno dato fuoco alla casa, portato via il taccuino della paga che aveva nel

cassetto, robe da fascisti, no? Mi ricordo appunto questo mio zio, lo avevano avvertito sul

lavoro che non vada a casa, é venuto a casa nostra: abitavamo in un cortile in via S.

Lazzaro, dove abitavano anche fascisti, ma che avevano un certo rispetto per noi ed

hanno fatto finta di non accorgersi. Ed é rimasto li un po' di giorni nascosto fino a quando

non si é calmata la bufera. Mio padre non parlava mai di niente. Si alzava il lunedì mattina,

metteva il capello in testa e se lo levava quando... Non aveva voglia di parlare; e quando

si esprimeva, si esprimeva con due parole. Operaio, molto onesto, molto serio, così, un

po' stufo della vita. Erano stanchi anche fisicamente oltre che moralmente gli operai allora.

Si dice: bevevano, ed é cominciata anche così, perché il sabato sera uno aveva la paga e

poteva permettersi un po' di vino, per sentirsi un po' liberi: un po’ di droga, ecco, per

capirci, di quelle che costavano poco. Si può capire. Ricordo che anche tra i ragazzini di

scuola, c’erano quelli che dicevano che erano fascisti, e altri, la maggior parte dei poveretti

erano contrari e questi ragazzini si prendevano a pugni. Cantavano: "Mamma, mi duole la

gamba sinistra / é morto un fascista". Guardi queste cose: non é che però ti restano

dentro, a dir la verità. Poi il fascismo ha preso il potere.

Mi ricordo vagamente quando hanno fatto le ultime elezioni. Mio padre e due fratelli

dovevano andare a votare. Siccome il primo fratello era un tipo dritto che non cedeva, non

so cosa abbia fatto, ma mi pare che non c'é andato. Mio padre rabbiosissimo,

bestemmiava. So che mio fratello, il primo, era già nella gioventù comunista.

Mia madre era una donna molto aperta.

Quella volta del delitto Matteotti ( in casa mia entravano sempre giornali, perché famiglia

di tipografi, sai, leggono, no? Mio padre e due fratelli tipografi) mia madre leggeva il

giornale. Lasciava piantato tutto e si sedeva vicino alla finestra a leggere. Forte leggeva, a

voce alta. E poi si arrabbiava. "Guarda questi mascalzoni, hanno preso questo qui, l'hanno

tagliato a fette”.

Mio fratello, il primo, sarebbe stato un compagno in gamba, solo che é morto a 23 anni.

Era un tipo appassionato di tante cose belle. Dipingeva e aveva molta passione per la

montagna. E’ morto a 23 anni facendo la scalata nord del monte Bilapez. Faceva parte

dell' UOEI, Unione operaia escursionisti italiani. Non é che l'organizzazione facesse

politica, ma aveva lo scopo di elevare... Il motto era "Per il monte e contro l'alcol”. Perché

bevevano molto tutti. Mio fratello aveva fatto una xilografia, dove c'era una tavola con una

bottiglia ed una piccozza che la spaccava e il vino che veniva giù, e il bicchiere.

Naturalmente il fascismo di quelle cose non voleva saperne e fu abolita anche questa

associazione, che poi é risorta dopo ed é stata intitolata a mio fratello. Ci sono iscritta

anch'io, ma non ho tempo di andarci, perché i comunisti se sono impegnati hanno poco

tempo di andare a spasso.

Sono venuti i duri anni del fascismo. Non si sapeva niente di quello che succedeva nel

mondo. Io avevo 14 anni; anche prima mia madre mi mandava da una mia zia sarta, a

Paderno. Andavo a piedi per non spendere, a imparare a cucire. A dir la verità non avevo

tanta passione, comunque ci andavo. C'erano certi che mandavano i figli prima a lavorare,

ma a casa mia c'era la legge che si andava a lavorare a 14 anni e mi hanno mandata a lavorare,

che avevo 14 anni, da Basevi. Era necessario fare soldi, perché mio padre era

rimasto disoccupato, perché la tipografia era andata in Africa e lui era troppo anziano ed é

stato licenziato. Allora rilegava libri per gli Stimmatini del collegio arcivescovile. A casa mia

c'erano sempre montagne di libri, perché rilegava a casa. Appunto anche per quello ho

avuto modo di leggere: avevo passione di leggere. C'era una Bibbia, bella, tutta illustrata;

sono stata un mese per leggerla. Leggevo la sera nel letto, fino a tardi. Poi mia madre

veniva a dirmi: Ma che ora è? Io dicevo: sono le... 11. E magari era la una.

Gli altri due miei fratelli anche non trovavano lavoro perché nessuno era iscritto. Uno

faceva l'intagliatore per antiquari... Poi ha trovato lavoro in un'impresa di pompe funebri:

faceva casse da morto per i ricchi. So che ha intagliato la cassa da morto del vescovo

Nogara. Ha lavorato non so quanto. Non sapevano chi doveva andare dentro, ma era una

cassa di lusso sempre di riserva nel caso morisse un vescovo o comunque un

personaggio che era pieno di soldi. E lui diceva: "Se savesse il vescul cui ha intaiade la

casse...".

Io ero da Basevi e anche lì si lavorava a cottimo e si doveva tacere sempre perché c'era

scritto “Taci che il nemico di ascolta". Era una grossa fabbrica; il padrone era ebreo.

Quando sono venute fuori le leggi razziali, lui era qui, perché é andato a nascondersi

come tutti l' 8 settembre, quando sono venuti i tedeschi. Gli avevano messo un cartello

nell'ufficio con l'articolo discriminatorio e così quando andava in ufficio nella sua fabbrica

doveva leggersi il cartello. Una cosa bestiale.

La fabbrica l'ha potuta tenere fino ad un certo punto (quando sono state indicate le

limitazioni di numero degli operai per i datori di lavoro ebrei). Era Basevi un datore di

lavoro ebreo che non aveva niente di peggio degli altri, perché é stato un uomo, lui e

anche suo fratello, rispettoso delle leggi che venivano fuori, dei contratti. Nel dopoguerra

gli dicevo: abbiamo fatto un nuovo contratto così e così. "A sì, va bene". Non era come

tanti che dicevano: “Non lo voglio”.

Non poteva avere più di un certo numero di operai: mi pare settanta, quella volta; ma lì

eravamo più di 300. Prima ha dovuto licenziare tutti; e avevano organizzato il lavoro a

domicilio e poi ne avevano assunte alcune: hanno mandato a chiamare anche me. Così

lavoravano a domicilio. La gente si adattava: venivano giù a prendere lavoro in bicicletta,

queste donne, una roba tremenda.

Quando é venuto il 25 luglio io ero a lavorare. E' venuta una vecchietta che stava vicino.

Era molto feroce, aveva tutti i figli comunisti, avevano preso tante di quelle botte. Bon si

chiamavano, la famiglia della moglie di Dino Basaldella. Hanno preso botte da matti ma le

hanno mollate anche. Lorenzo aveva spalle per qua, il cappello, muscoli per qua e i

fascisti cercavano sempre... Una volta lo hanno assalito, naturalmente loro sempre in lO -

12; lo hanno circondato in piazza S. Cristoforo, ma lui era abituato, sai, i ragazzi di borgo,

abituati a difendersi fin da appena nati. Allora si é messo con le spalle al muro, perché non

gli vadano per dietro e con calci e pugni li ha mandati tutti all'astanteria dell'ospedale. Si

difendeva, era in gamba. Lei é venuta le mattina prestissimo, ero appena alzata per

andare a lavorare, poi si é alzata mia madre. Entra dentro, chiude la porta. "So savesis, a

l'é 'nda ju Mussolini". "Eh, dai, dai, siore sese..." Poi abbiamo sentito le radio di quei pochi

che le avevano, perché erano pochi che le avevano. Tutti felici naturalmente, sembrava di

respirare aria nuova, anche se c'era la guerra. Un sollievo, vedevi la gente felice. Allora,

mi ricordo, sono andata a lavorare un po' in ritardo. Dovevamo mettere la 'medaglia’:

suonava la sirena e se eri là cinque minuti dopo pagavi la multa, oppure ti saltava un' ora.

Tutti avevano un numero.

C'era il medagliere. Io avevo il 161. Poi chiudevano il medagliere. Multe a tutto andare,

oppure perdevi un'ora, o la mattina, secondo...

Allora sono andate, c'era il portinaio, un ex finanziere in pensione, era severo: non é che

fosse cattivo: un uomo che faceva il suo mestiere. Ho detto quella volta: "Senta signor

Giovanni, stamattina lei non mi frega, perché é una mattina speciale". Ma era tutto

sorridente anche lui: "Sì, sì, vada, vada, gliela metto io la medaglia", e me l’ha messa lui.

Sono andata su. Già gli anni prima fra le operaie si parlava. C'erano donne socialiste,

anche, di prima. Era una fabbrica così, come del resto penso dovevano essere tutte le

fabbriche: trovavi quei tre quattro che facevano i malanni e il resto era... Più o meno si

esprimevano... Mi ricordo che c'era una che mi aveva insegnato la canzone degli

anarchici, sull'aria del Piave.

Nel refettorio c’era un grande scritto sul fascismo e la fotografia di Mussolini. Sono saltata

su sul banco, ho tirato giù tutto quanto, l’ho fatto a pezzi e tutte quante che battevano le

mani. "Ecco qua il vostro Duce".

Qualcuno se l'era legata al dito, quei pochi; comunque abbiamo continuato così e poi é

venuto 1'8 settembre.

Io già avevo conosciuto un compagno, un vicino di casa, che mi aveva messo in contatto

con uno del partito d'azione, Traccanelli. Bastava trovare un posto dove fare qualche cosa.

Io conoscevo antifascisti, ma non si fidavano. Conoscevo Periz, Giacinto Calligaris; io

avrei voluto, ma come facevo? Giacinto Calligaris era stato una sera a casa nostra. Me lo

ricordo ancora: un tipo magro magro, un asceta. Una brava persona, brava brava. Per me

quegli uomini lì, e anche mio fratello che era più grande di me, li ammiravo in modo

tremendo: galera, qua e là.

Traccanelli 1'8 settembre è partito, non so dove. E' venuto a cercarmi allora proprio Periz.

L'8 settembre si erano un po' sciolti i contatti, perché gli avvenimenti erano talmente

grossi. In quei giorni lì davano la caccia al soldato italiano. I Basevi erano scappati,

nascosti in Carnia, a Ovaro. Periz é venuto. Credeva di dirmi chi sa cosa. Mi dice: Sai,

bisogna fare qualcosa. Sì, sì, ho detto io; é tanto tempo che aspetto qua e non so da chi

andare. Mi dà un libro da leggere. Io ho detto: non ho bisogno di leggere. Il Placido don.

Figurati se stavo a leggere il Placido don che è un malloppo. L'ho letto dopo, ma non ho

potuto sopportarlo per anni quel libro lì, perché me lo danno quando io volevo fare. Avevo

letto tanta roba bene o male; non quelli lì perché erano proibiti, ma avevo letto La Madre di

Gorki, che era un vangelo. Chi ha letto La Madre di Gorki in quegli anni là si é fatto su quel

libro lì. E avevo letto un altro libro, ce lo aveva imprestato Calligaris, a me e a mio fratello,

ancora anni prima. Si intitolava: La sesta parte del mondo é socialista, ed era molto

interessante in quei tempi.

Io ho detto a Periz: Cosa vuoi che stia a leggere libri. Sono a lavorare e cosa vuoi che stia

a leggere libri. Bisogna fare. Allora dice: Tornerò. Allora é tornato una sera. Se vuoi, dice, ti

metto a contatto con una compagna con la quale puoi lavorare. Devi notare che 1'8

settembre, senza aspettare nessuno, avevo già raccolto roba nella fabbrica. Avevo scritto

a mano un biglietto dove dicevo che bisogna (si formavano i primi nuclei partigiani)... I

nostri giovani vanno in montagna, hanno freddo e hanno fame, bisogna sostenerli perché

si tratta di combattere il fascismo. E l'ho fatto girare in fabbrica. Davano quel che

potevano. Oppure siccome avevano svaligiato 1'8 settembre tutti quanti gli arsenali

militari, uno portava una scatoletta, un altro portava... Così, no?

Mi ha fissato l'appuntamento. Vai in piazzale Osoppo, in viale della Vittoria, mi ricordo

ancora, per andare in Giardino. Mi vedrai fermo con una donna. Io vado via e tu resti con

lei. Fidati completamente. Era Virginia Tonelli. Me la ricordo, era tanto magra, persino

gobba, poveretta. Era senza un rene ma aveva uno spirito, una energia di ferro. Ti faceva

chilometri senza mangiare quasi niente. Aveva pastiglie di vitamine che buttavano giù

magari, o prese non so dove, americane erano, metteva in bocca una di queste e via,

faceva chilometri e chilometri. Lei credeva di avere da fare con una neofita, sai, che si

svegliava in quel giorno. Allora mi dice: “sai che così...”. Sì, sì, lo so, ho detto io.

“Bisognerebbe fare qualcosa...”. Sì, ho detto io, ho fatto già così e così e così...

L'8 settembre avevano preso in mano la fabbrica i tedeschi, avevano messo un

commissario, fascista, e in combutta con altre due compagne di lavoro avevamo fatto un

cartello: l'ho scritto io in stampatello perché non si conoscesse la calligrafia. C'era il

problema che non pagavano l'allarme. Cioè, quando c'erano gli allarmi, detraevano,

invece avrebbero dovuto pagare l'indennità di allarme. Nelle fabbriche grandi si era venuti

a sapere che davano. Abbiamo scritto: Vogliamo l'indennità di allarme e pensiamo che i

soldi dei lavoratori italiani valgano più di quelli dei traditori e degli invasori. Almeno dateci

la tela per un grembiule. Lo ho appeso sul medagliere e vado in gabinetto. E sento fuori un

gran brusio. Io lavoravo a pian terreno dove c' era ancora l'amministrazione italiana. Sopra

erano sotto i tedeschi. Esco e vedo sto cartello e allora mi avvicino anche io e dico: Orpo,

però, e non é vero? E chissà chi é stato. Vado e poi capita il ragioniere che era fascista e

lo si vede che girava su e giù per il laboratorio col corpo del delitto in mano. Voleva sapere

chi era stato. Io lavoravo tranquilla, nessuno diceva niente, le due vicino a me tremavano

di paura e ad una era venuta le dissenteria. Lui aveva capito chi era stata. Solo io potevo

essere stata, perché già c'erano state altre cose, poesie passate così: ero stata chiamata

anche. Finisce così la storia e viene il direttore che non era fascista. Era contro tutti,

quello; dopo ere contro i comunisti, contro tutti, contro i preti, contro i frati.

Viene vicino, lavoravo a macchina, mai lavorato così diligentemente. Si siede sulla

macchina di fronte che era vuota e dice, Senti Rosina, scommetto che sei stata tu a

mettere quel cartello. Lei si sbag1ia, ho detto, non sono stata io.

Comunque, sia stato chi vuole, non é la verità? E sì, dice, é la verità; comunque sai che la

verità non si può dire. E se ne é andato.

Così dopo un poco, con questa Virginia che aveva parlato con Lizzero che organizzava la

pianura - il movimento si sviluppava sempre più perché appunto c'era l'adesione. Come

nel1a fabbrica, posso dire che tutte avevano. .. e nessuna ha aperto bocca per spiare. Si

stava poco a dire: il biglietto le l'ha dato la Rosina. Passa un po' di tempo e la Virginia

Tonelli mi ha fatto conoscere Lizzero. Mi ha detto: é un compagno che ti puoi fidare, ti

garantisco ecc. Mi ha presentata, se ne é andata e Lizzero mi ha fatto fare un gran giro

per tastare come ero. Avevano bisogno di gente in pianura. Lizzero era spesso giù. Era

bravissimo Lizzero, e poi aveva idee organizzative e tanta influenza sulla gente. Ti faceva

fare anche quello che non sapevi, non avevi mai fatto. Ma come? ma sì che sai fare, dai,

dai, fa così e via. E ti dava sempre questa sicurezza di te. Allora mi ha chiesto un sacco di

robe naturalmente, che era giusto che chiedesse, cosa facevo, come ero, qua e là. E poi

mi dice: ma io ti dico tante cose e sai tu chi sono? No, mi hanno detto che sei un

compagno che mi posso fidare. E tu di fidi? Certo, perché se non mi posso fidare non

succede niente. Se tu sei un traditore, farai quello che farai. Allora mi hanno dato vari

incarichi.

A lavorare si andava ad orario unico. Io all'una ero libera ed allora era bene che andassi

ancora a lavorare per coprire un po'. E il pomeriggio ero disponibile. Avevo imparato a

scrivere a macchina. Scrivevo la sera dopo il coprifuoco, che mi davano da copiare La

Nostra Lotta, un sacco di cose.

Mia madre ad un certo momento mi ha detto: Tu fai qua cose che sono giuste, ma ad un

certo momento portano via tutti quanti..

Mio fratello era dell'UNPA, la protezione antiaerea, e gli andava bene perché aveva il

permesso di girare anche di notte e collaborava. Ma non abitava con noi perché si era

sposato. C'era invece lì un altro mio fratello, invalido. Mio padre era già morto. Sì, é vero,

ho detto io. Un giorno e l' altro possono anche prendermi e le conseguenze sono anche

vostre.

Sai cosa facciamo? Io vado via di casa e tu, se vengono a chiedere cosa faccio, digli

quello che vuoi, di tutto fuori che la verità.

No, dice, resta qua; e dopo mi aiutava anche lei. Ad un certo momento in fabbrica si

doveva lavorare 10 ore al giorno. Allora ho detto a Lizzero: Come faccio? Ma senti, dice,

quanto prendi di paga? Allora gli ho fatto vedere la busta: 75 lire la quindicina. Lui: credi

che per 70 lire la quindicina il mondo possa fermarsi? Ma neanche per sogno. Se te la

senti ti licenzi. "Ma dopo come faccio perché io quel poco devo darlo a casa”.

Bene, daremo noi. E mi hanno aumentato la paga, sono andata a 100, mi pare.

"Solamente che non posso licenziarmi,"ho detto. Perché per licenziarmi devo dimostrare

qualche cosa, perché il lavoro era obbligatorio.

Allora abbiamo combinato così. Il dottor Miani, sai il dottor Miani. Era bravo e collaborava

molto. Aveva fatto un certificato per mia madre che era ammalata di cuore. Invece aveva

solo la pressione alta. In fabbrica qualcuno aveva già capito. Mi sono licenziata. Questo

avveniva i primi mesi del '44.

Il '43 é andato così. Un giorno magari mi davo ammalata, senza farmi pagare, andavo su

a Nimis a portar su delle cose. Ho cominciato i contatti.

Mi ricordo che la prima volta sono andata su a Subit , nell'ottobre del '43: c'erano i primi

nuclei. In bicicletta naturalmente, spingendola su per le rive. Siccome era tardi, era

autunno e quindi buio presto, coprifuoco, sono stata a dormire lì. Sono andata in una

casupola, erano in 12 lì. Tutti morti, fuori che io che sono viva ancora. C'era Foschiani

"Guerra", i due Roiatti, poi un giovane, avrà avuto 19 anni, un bel ragazzo bruno, sarto.

Era sempre allegro, é morto anche quello. Poi c'era Cos che é morto in Germania. Mi

ricordo che Foschiani mi ha dato la sua mantella perché mi coprissi. Era freddo. E poi la

mattina mi hanno accompagnata giù. Era una mattina molto serena ma molto fredda. Io

ero in mezzo e questi qui, uno aveva un fucile di quelli della guerra di chi sa quando, con

baionetta, un altro aveva... insomma tutti avevano armi così, trovate in cantina o in solaio.

Ma pieni di coraggio... Sai, era una cosa grandiosa. Un po' perché questi anziani erano

stati già combattenti di Spagna, erano già stati in carcere, i più anziani che erano giovani

ancora, ma erano anziani rispetto agli altri. Uno aveva le calze rotte ormai. In una

settimana ti va tutto, le scarpe scalcagnate, la giacchetta senza soprabito. Così, come

l'Armata Brancaleone. Solamente con un altro spirito, naturalmente. Dicevo, ma guarda

qua, poveretti, cosa succederà? Oltre che il nemico, si andava nell'inverno anche, e gli

inverni sono stati tremendi, quegli inverni di guerra.

Lavoravo con il comando provinciale, sai, con Ultra. La sede dove ci si trovava era da

Midena, in via Di Toppo. Andavo lì e c'era Ultra che faceva il giovane di studio

dell'architetto, in apparenza. È stato bravo Midena, copriva così bene; e ancora vicino

aveva un comando di SS.

Io andavo lì; sembravo più giovane di quello che ero, non davo tanto nell'occhio.

Ad un certo momento me la sentivo che sarei stata presa. Lizzero aveva detto di

mandarmi su in montagna: dopo un certo periodo è chiaro che vieni individuata. Poi avevo

appuntamenti dappertutto, ero sempre ovunque. Avevo il compito di incontrare le staffette,

dicevamo le "corriere" noi, dei vari battaglioni. Era quel collegamento che andava dalla

montagna alla pianura e giù e tornava su. Avevamo appuntamenti nelle chiese certe volte.

La sera battevo a macchina, facevo robe, si aveva fatto il giornale: "La donna friulana", si

ciclostilava in collegamento con Colonnello. Sai come è fatto Colonnello? Passava

tranquillamente, non lo prendevano forse sul serio, invece lui era bravo. Si andava da una

contessa, sai in via Grazzano, la chiesa e poi una stradina. Non l' ho mai vista e aveva

una bellissima cantina indipendente. Andavo con la Irma Franceschino a prendere la

stampa, si facevano i pacchetti da mandare ai vari battaglioni. E poi uscivi con questo

fagottone. Per forza ti dicevano che facevi mercato nero, meno male che non andavano a

guardare dentro. lo non scrivevo mai gli appuntamenti; forse li scriveva quell'altro, con cui

dovevo incontrarmi io. Poi qualche collegamento saltava perché venivano presi, e allora in

giro a nascondere la roba. L'estate del ’44 è stata tremenda, perché le corde si

stringevano: arresti continui, retate. Poi andavi in una strada e improvvisamente veniva

chiusa e venivano presi i sospetti e allora potevi trovarti lì. Io ero già stata segnalata in

questura. Era uno che stava dalle mie parti. Faceva il doppio gioco. Era stato arrestato e lì

lo hanno spaventato, gli hanno detto che se lui accettava di col1aborare, lo pagavano e lo

lasciavano libero. Difatti lo hanno lasciato libero e anche lo pagavano e lui era in dovere ai

fare arrestare gente, perché se non funzionava, è come un vigile che non dà almeno una

multa ogni tanto, dicono che è un buono a niente; poi è stato giustiziato dai partigiani.

Ero dunque già schedata, ma non come nome vero, ma come "Giulia".

Appunto Lizzero diceva di mandarmi su; qui dicevano: ma qui abbiamo bisogno di gente

fidata.. Non era tanto facile trovare a disposizione, perché un conto é uno che ti dà una

mano, un conto é quando uno, vita morte e miracoli, è lì ed è disposto a tutto. Mi ricordo

con una di Spilimbergo, che poi è diventata moglie di Ultra. Passavamo in bicicletta vicino

al carcere di via Spalato e dicevo: chissà a chi tocca per prima! E' toccato a me.

Crescevano gli impegni... Per esempio mi incontravo con preti anche.

Al1a chiesa di S. Giacomo per un periodo andavo a messa il giovedì perché c'era quel

prete che poi è stato spretato, come si chiama? Pravisano.

Era sveglio, è irriconoscibile adesso. Lui faceva messa alla svelta, e poi andavo in

sagrestia facendo finta da dover far dire qualche messa per i defunti e così lui mi dava

roba. Lui era in collegamento col CINPRO, mi pare. Poi anche al tempio Ossario. C'era

don Albino Perosa e c'era don Giulio Vale.

Anzi don Giorgio, che adesso é in pensione: l'ho incontrato l'altro giorno. Tipo simpatico, si

ride con lui. Don Perosa era molto bravo. Mi ha accompagnato un paio di volte, siamo

andati nella cripta al buio, perché non poteva accendere la luce che si vedeva fuori. Lui

sapeva già dove aveva messo le carte che poi mi dava. Don Giorgio invece mi pare che

tenesse i collegamenti con i detenuti in carcere. Fin quando purtroppo sono stata presa.

Era dura quella volta lì, nell'autunno del '44: tutti i rastrellamenti, il cerchio si stringeva

sempre più; arresti continui, le carceri erano piene colme e ogni tanto le svuotavano

mandando in Germania. Erano stati presi moltissimi uomini su, nei rastrellamenti in

montagna. Erano i primi di dicembre del '44, avevo appuntamento con questo qui, che poi

é morto a Dachau. Veniva dalla montagna, era il mio primo appuntamento della giornata.

Era una bella giornata di sole: io mi ricordo sempre che tempo era nei momenti... Sono

andata all'appuntamento verso le 10, mi pare; vado e non lo trovo. Vado avanti pianino:

sarà un po’ in ritardo, avrà bucata la gomma. Avevo molta roba con me perché era il primo

appuntamento e poi ne avrei avuti parecchi nel giro della giornata. Avevo un permesso di

lavoro, naturalmente, e siccome ero sarta mi mimetizzavo da sarta.

Avevo sopra la borsa un coso di vestiti, modelli, robe così, forbici, il metro. Però addosso

si aveva anche molta roba noi. Avevo fatto le mutande di tela nera con l'elastico nel

ginocchio: si riempiva tutto, eravamo tutte ben bene imbottite. Si portava anche pacchi

naturalmente, perché quando erano pacchi grossi, non potevi metterli addosso. Vado

avanti ancora un po' ed in una curva, mi vengono fuori quattro italiani in borghese. Mi fermano

e mi chiedono dove vado. Vado, ho detto, a fare alcuni lavori in paese; io sono sarta

e vado a fare un lavoro a domicilio, ad aggiustare qualche cosa. Devo pur vivere, no? Apro

la borsa e gli faccio vedere. E allora mi hanno detto: no, lei andrà dopo, deve venire...

dovete (davano del voi quella volta, chissà perché, come il Voi fosse italiano, invece il Voi

lo danno tutti all'estero). Io ho detto: Su, non fatemi perder tempo, io non posso. .. Perché

devo venire con voi? Mi aspettano! “Dove l' aspettano?".

Mi aspettano in due tre posti che devo andare a fare alcuni lavoretti.. Devo vivere e

peraltro se vado in campagna mi danno anche qualche cosa... patate... Bisogna pur

mangiare. Ero sdegnata perché mi avevano preso. Ho fatto vedere la carta d'identità che

era norma1e. Ero preoccupata perché avevo un indirizzo, di quel compagno che poi è

diventato sindaco di Martignacco subito dopo la liberazione. Siccome sapevo tutto dove

mettevo, era nella borsa, sono riuscita in un momento di distrazione a tirarlo fuori e me lo

sono ben macinato in mano e l’ho lasciato andare. Poi c'erano tutti nomi di battaglia, che

potevo dire che non conosco nessuno, che non so chi siano. E così siamo andati. Quando

sono sul bivio della scuola Pascoli, che non era scuola, era tutto campagna, per via

Tolmezzo viene avanti Ruffino in bicicletta. Ma non avevo appuntamento con lui. Per caso

lui andava ad un altro appuntamento e ci siamo incrociati. E lui vede me con due di loro, ci

ha lasciati passare e si é fermato, in bicicletta, un piede su e un piede giù. sai come era

lui, tranquillo, e guardava. E gli altri. due lo hanno visto che si era fermato a guardare e lo

hanno fermato anche lui. Lui aveva documenti falsi, era un pregiudicato politico, era stato

in carcere e tutto quanto, e lo hanno portato giù alla XXIII Legione Tagliamento che era in

via Aquileia. Ma io non lo avevo visto. L 'ho visto dopo, quando mi hanno portata all'

interrogatorio. Mi avevano perquisita, avevano mandato una fascista e avevo dovuto

svestirmi completamente. Esco da questa stanza e vedo Ruffino tranquillo una gamba giù

e una su. Mi guarda. Io lo vedo uscendo e sono andata via dritta senza guardarlo. Dopo

ho saputo come se l' é cavata. Lo hanno interrogato. Lui non aveva niente. Generalmente

eravamo noi piene di roba, le donne. Lui non era di Udine. Gli hanno detto "Perché ti sei

fermato a guardare?” Mi sono fermato così, quella ragazza la vedevo qualche volta; mi

piaceva. Ho visto che andava via con due e mi son fermato a guardare, ma non la

conosco.

Se l'é cavata così.

Io ho passato la giornata alla Tagliamento, che mi hanno interrogata in non so quanti. Me

la sono cavata bene perché ero ben preparata. Non conoscevo nessuno, io. Non sapevo

chi era nessuno, ero una che faceva poco o niente. Cioè tenevo solo un recapito. "E chi le

portava la roba?". Chissà, un uomo. “Come si chiama?”. Non so come si chiami, io non

glielo chiedo né lui viene a dirmelo, e io sono contenta di non saperlo, perché sennò

dovrei dirlo, adesso. "Lo riconoscerebbe?". Dio, si capisce, se lo vedo lo riconosco. "Com'

é vestito?". Vestito... Non sarà mica vestito di rosso e di verde... Come tutti, mezza età. E

allora mi dicevano, i primi: "Voi siete comunista". No, dicevo io, non sono di nessun partito:

come faccio ad essere di un partito se partiti non ci sono? Poi io non ho tempo, non mi

intendo di politica. "E allora perché fate questa roba qua?". Perché mi sento antifascista.

"E perché?". Perché siete alleati coi tedeschi, volete solo guerre. E allora mi pare che sia

utile che io faccia questo piccolo lavoro, che guai se a casa mia sanno. Mi avevano infatti

chiesto se avevo roba a casa. Tanto stupidi che erano, non sono andati a verificare. Allora

ho detto: io non ho niente a casa, quello che ho é tutto con me, perché guai se a casa mia

sanno. Se non mi credete andate subito di corsa e guardate dappertutto e non troverete

niente. Non sono mica andati! "Ma siete comunista". Ad un certo momento non la finivano

più., volevano far vedere che avevano preso un comunista. Non mi hanno bastonata:

"Sembrate una ragazza per bene e vi siete messa coi banditi che tradiscono l'Italia". Poi

mi ha interrogata un altra. Mi hanno fatto firmare un verbale "Siete comunista”; non mi

facevano firmare il verbale se non con quello che avevano scritto loro. Va bene, ho detto.

Se ci tenete tanto, firmo. Vuol dire che se non ero, divento adesso, ho detto, mi mettete

voi. Contenti di avere preso un comunista. Poi il comandante sopra, bello e stupido, che

non so chi sia stato, ufficiale, il quale mi diceva che di fronte a lui tutti si buttano in

ginocchio e tremano, chiedono perdono, che parli, che dica, che é meglio per me , che mi

farà liberare. Ma io non ho niente da dire, ho già detto a quelli là. Non so niente, cose

vuole che dica? Il CLN e tutte quelle robe volevano sapere. Non so che roba sia, ho detto.

Ho continuato a dire quello che avevo detto prima, insomma. Fino alle due di notte sono

stata lì. Non avevo mangiato dalla sera prima ed ad un certo momento mi sono accorta

che avevo fame. Mi hanno chiusa, nel mezzo, in una stanza dove non c'era niente, scura

e dove c'era solo il ritratto di Mussolini, in alto, grande ed enorme, e io ho cercato di

sputargli ma non ci arrivavo. Sono stata lì un paio d'ore e sentivo urlare fuori. Ad un certo

momento si apre questa porta e mi buttano dentro una donna, alta, riccia, nera; e questa

qui urlava con la bava, gli occhi fuori dell'orbita. lo ho cercato di andare vicino per calmarla.

Non l'avessi mai fatto: questa qua comincia a tirarsi fuori i vestiti, mi guarda e

comincia a corrermi dietro con le mani così per prendermi per il collo. E' stata la più

grande paura che ho avuto in tempo di guerra. Si vede un momento di crisi, spaventata. lo

correvo ed ero più svelta di lei, per fortuna. Dopo tanto tempo che facevamo sta storia,

aprono la porta di nuovo e buttano dentro un'altra donna, che per fortuna era la sorella di

quella, brava, una giovane donna, sposata; aveva un bambino, ha detto. Erano di

Caporetto queste due sorelle; erano venute a Udine, lei mi ha detto, per fare delle spese.

Avevano dei fratelli che erano su in montagna; tre fratelli avevano; non li trovavano. Sono

venute qua e uno di lassù che era della milizia le ha viste e le ha arrestate perché dicessero

dov'erano i fratelli. E allora, visto che questa non era giuste (aveva fatto 8 anni di

manicomio a Trieste) é riuscita a dimostrare che dei fratelli loro non sapevano: le hanno

portate in carcere, ma poi le hanno liberate una settimana dopo. In carcere siamo andate

di notte: mi teneva stretta per il braccio un veneto, che non sapeva neanche cosa voleva

dire il fascismo; mi diceva: "E' la prima volta che mi succede di portare in carcere una

ragazza per bene come sembra lei; ma cosa si é pensata di andare con i banditi?". Allora

ho detto: ma chi ha detto che io sia andata con i banditi? Lo dite voi. "Sapete, dice, che la

guerra la vince la Germania?". Ma mi faccia, voglia di ridere, ho detto. Si ricordi una cosa,

non ci vedremo più. Se si ricorda di me, se sarà vivo, si ricordi quello che le dico stasera:

la Germania non ha mai vinto una guerra, perché prima spacca tutto e dopo la perde.

Anche quel1a del '18. E così anche questa.

"Ma ha l'arma segreta!". Arma segreta non vale; perderà la guerra e perderete anche voi.

"Ma sul serio?" Eh, sì. Si ricordi quello che le dico.

Mi guardava, così. Dietro venivano le due sorelle e dietro ancora tre ragazzi giovani, legati

con le catene però: si vede che li avevano presi in montagna; e dietro c'erano altri due,

fascisti. Ci hanno portati, a piedi, in Via Spalato. Questo fascista mi dice: "Mi dispiace di

lasciarla qua dentro". Bene, se vuole, sono disposta a uscire. Volentieri, anzi mi fa un

piacere. "Non posso, mi dice, come faccio?".

lo sono passata alla Gestapo, le due sorelle sono uscite. Le carceri erano piene. Mi hanno

messa in una cella con altre. C'era Maria Casati, dell'Osoppo, poi c'era la Zanfagnini

(siamo partite tutte e tre assieme). Poi c'era una vecchia donna, poveretta, aveva quasi

ottant'anni, che tutta la notte pregava e piangeva. Ci ha detto che aveva tre figli e tutti tre

probabilmente erano partigiani. Sono venuti i fascisti e i tedeschi e volevano sapere

dov'erano. I genitori, il vecchio ottant'anni passati e lei quasi, naturalmente hanno detto

che non sanno. Insomma hanno tanto bastonato questo pover'uomo e poi portato in

carcere in infermeria, che aveva un occhio che usciva, diceva, dalla testa. Una pena che

mai faceva quella povera donna. Poi c'era una che era fidanzata di un partigiano, e anche

la madre

del partigiano: prese tutte e due. Poi c'era una ragazzina di 15 anni a cui avevano fucilato

il fratello, a Pordenone, al cimitero di Pordenone, e lei l'avevano portata in carcere a

Udine.

Era tremendo in carcere. Prima di tutto non si mangiava quasi niente. Ci portavano una

volta al giorno un pentolino di roba che erano fagioli, ma vecchi di cento anni, pochi, sette

otto fagioli e pieno di vermi sopra, perché i fagioli fanno i vermi. Erano più vermi che

fagioli. Una pagnottina così. Meno male che quelle di qui, per esempio me, mandavano

tanta roba. Veniva mia madre, compagni davano a mia madre, perché si sapeva che

dentro si divideva tutto. E c'era anche una di Meduno, che dopo la guerra é andata in

America e non so se é viva. Maria Rugo, si chiamava. Era stata presa con le pantofole e

portata via così. Allora mi ero fatta mandare da casa quello che potevo. Un paio di calzoni

che non so chi aveva lascito, mi pare Lizzero. Così ci si aiutava l'una con l'altra e si teneva

su anche il morale, perché cantavamo. Cantavamo canzoni partigiane, e poi "Un vessillo

in alto sventola”. Una strofa la cantavamo noi nel reparto femminile, e una strofa la

cantavano gli uomini. Fino a quando ci facevano tacere. Ma si tornava ad incominciare un

po' dopo. C'erano i finanzieri (di guardia), alcuni tanto bravi. C'era uno che é andato a

casa mia a salutare mia madre, era un sardo.

Dalle nove della mattina a11e 5 del pomeriggio era tempo buono per essere interrogati,

ogni giorno esclusa la domenica, e la domenica ti rilassavi un po’. Perché l'idea

dell'interrogatorio ti apriva un sacco di problemi e di paure anche. Potevano torturarti,

potevano anche metterti a confronto e non sai quello che dice quell'altro; potevi anche

ammettere qualcosa, non si sa mai. Dicevo: sono decisa a non parlare, a lasciarmi anche

ammazzare, però se mi danno qualche cosa che mi viene febbre, delirio, e magari parlo.

Capisci? Si sta poco a dire, ma... Puoi dire quanto vuoi: io non parlo, me non si sa fino a

quale punto si arriva. Dipende anche dalla fortuna. Io ho avuto fortuna perché mi ha

interrogato Kitzmüller. Tre volte mi ha interrogata.

Un giorno capita che sento chiamare: Cantoni Rosa!

Il batticuore subito ti viene, poi ti calmi. Quando una veniva chiamata, tutte le compagne:

“Tieni duro, sai? Non parlare: Sta calma. Dì che non sai niente". Un'altra ti faceva il segno

della croce. Un'altra: “Tira via quel fazzoletto". Avevo un fazzoletto, un foulard, perché era

freddo, era ormai dicembre, ed era a fiorellini, ma il fondo era rosso. Insomma tutte le

attenzioni. Insomma vado giù, avevo il batticuore, però poi ho scoperto che avevo una

qualità buona, per natura si può dire,perché fino sulla porta avevo il batticuore; la porta si

apriva, vedevo la faccia dell' avversario e mi calmavo in maniera straordinaria, non avevo

più paura di niente, tranquillissima. Allora l'interrogatorio comincia così:

mi aprono la porta e me la chiudono dietro, vedo un signore distintissimo, vestito a doppio

petto, una scrivania. Mi guarda serio. Io sto zitta, resto lì, e mi dice: "Venga avanti, Giulia,

buongiorno". Ahi, mi sono detta, qui sono fregata. Allora io non rispondo. Mi dice: "Parlo

con lei, non é Giulia, lei?". No, ho detto, io sono Cantoni Rosa, Rosa mi chiamo, oppure

Rosina, per gli amici, i parenti. "Il suo nome di battaglia non é Giulia?"

No, ho detto; tra l' altro non ho fatto nessuna battaglia. Così abbiamo cominciato. lo ho

ripetuto la storia; lui era intelligente e non me l'ha creduta: la storia che avevo detto ai

fascisti, cioè che faccio solo questo, così e così. "Lei é stata presa con materiale, con

documenti ".

Sì, ho detto, avevo stampe, roba di propaganda, lettere; so quello che avevo. "Lei aveva

anche questo" e tira fuori una carta topografica della zona della stazione. "Lei aveva

anche questo perché qui é segnato per bombardare la stazione”. Mi dispiace, ho detto, ma

io non ho mai visto questa carta, perché so quello che avevo, le posso dire tutto. (Penso

che la carta l'avevano trovata a quell'altro, quello dell' appuntamento; già l'altro era stato

preso e già qualche cosa era venuta fuori. Non ha spiato niente, però per disgrazia

conosceva il mio nome e anche forse aveva scritto l'ora dell'appuntamento, non so, perché

è morto. Era bravo, ma cosa vuoi, così succede. Se si potesse tornare indietro...).

"Il CLN, com'è, com'é composto?". lo non so del CLN, non so niente, non so e non mi

sono mai interessata, ho detto, perché io faccio questo e basta. Mi manda su.

Passa un po' di tempo, mi torna a chiamare. Torno giù. Allora l'interrogatorio si fa più... si

concretizza. "Lei conosce..." e dice il cognome e nome di questo. No, ho detto, mai

sentito. "E questo qui..." e mi fa vedere una fotografia; ma io non sapevo che era dentro, é

quello il guaio; no, non l'ho mai visto.

"Come mai una persona per bene come lei, che va con i banditi che uccidono i poveri

soldati tedeschi alle spalle". Allora mi é venuto su.. .non ho badato e ho detto: mi scusi, i

poveri soldati tedeschi cosa fanno in Italia? non vengono ad uccidere i nostri? Se tornano

a case loro nessuno gli corre dietro. E ancora venite qui a rimetterci su il fascismo che non

vogliamo. Credevo che si arrabbiasse, invece, per fortuna... E’' stato tranquillo, perché

probabilmente lui non era uno... nazista così... Era stato maestro di musica, un carattere

cortese.

Il terzo interrogatorio, mi ha detto: "Ora vediamo se conosce..." e chiama il secondino.

Quello arriva, entra abbattuto, con la testa giù. Mi dice: "Lo conosce?"; no, ho detto io, no.

E allora lui dice: "Tu la conosci?" e lui: "Sì", dice. "Come si chiama?"; così e così. "E il

nome di battaglia?" Così e così. "Vi trovavate due volte per settimana. E tu come ti

chiamavi?" Lui ha detto un altro nome. lo stavo zitta e questo Kitzmüller mi fa: "E' vero

quello che dice?" E io: se lo dice lui. "E perché ha detto che non lo conosce?". Perché

andava bene così, ho detto.

Poi lo manda via. "Vede, mi dice, lei dice che non sa e qua e là; ma questa, è l'ultima volta

che ci vediamo io e lei. La prossima, fra qualche giorno, viene un mio collega il quale le

farà dire tutto e quello li fa parlare tutti". E come, ho detto. "A forza di pugni, di schiaffi e se

occorre di qualche cos'altro. E se questo che deve parlare non sa? ho detto. Cosa fa., lo

ammazza? Così non parlerà più. E allora lui mi ha detto: "Vada, vada" e non l' ho visto più.

Invece due giorni dopo c'era una partenza per la Germania e mi hanno chiamata insieme

a quelle altre, in 8 mi pare.

Dal carcere siamo partiti a piedi. C'erano non so quanti uomini. Non sono mai partiti tanti

uomini del carcere di Udine. E otto donne. Poi si è aggiunta una. Una grande amica di

quella di Buia, Letizia si chiamava, è venuta lì a salutare: "Mandi Sidonia". Nus puartin in

Germanie. “Vengo anch'io con te, vengo anch’io. Tanto là lavoreremo”. E si è accodata al

corteo. Non era in lista e l'hanno messa. Allora eravamo gli uomini davanti, quanti uomini!

C’era uno carnico, vecchio vecchio, con una barba così, che dava un po’ i numeri, era

agitato, e gridava per la strada, si disperava e un fascista che dava calci, così, per

mandarlo avanti. Poi c'era un altro, uno di Buia, che 1a moglie era in carcere con me, ma

non l'hanno mandata via. Si chiamava Bainella. Lei aveva saputo che partiva anche lui,

ma non si sapeva in Germania cosa succedeva. Pensavi: ti chiudono in un campo, avrai

fame. Era mattina, verso le 10 mi pare. In strada c'era un po’ di gente, c'era Cavedoni che

mi conosceva. Era una brutta giornata, era mattina e cominciava a nevicare. La stazione

era stata bombardata, ma era stato bombardato tutto quello che non serviva, non centrato

in modo che i treni non partissero. Era gennaio, verso il 9.

Le otto donne erano dietro, chiudevano il corteo. lo ero molto dietro. Avevo una valigia di

cartone, legata con uno spago. Era stato bombardato tutto viale Trieste, che roba! Quando

bombardavano viale Trieste, era tutto il carcere che ballava, ci avevano aperto le celle e

io e una tedesca, austriaca, giovane, eravamo pronte col capotto su, con le nostre piccole

robe che avevamo lì nella cella per scappare. Almeno che arrivasse una bomba sul

carcere!

Ad un certo momento si rompe lo spago; io a prendere su e il fascista dietro di me che mi

aspettava, che mi teneva il fucile nella schiena. C'era questo Bainella e la moglie aveva

detto: chiedi di Gigi, mio marito e gli dici che lo saluto tanto, che speriamo di rivederci. Poi

é morto a Dachau, poveretto, era partigiano. E gli dai un bacio per me. Allora l'ho cercato.

Ci siamo baciati e auguri, e poi lui è morto e io sono tornata. In stazione a Udine c'era un

treno lunghissimo lunghissimo, pieno di deportati che venivano da Pola in su, dal Coroneo

e da Gorizia. Era pieno di donne, di giovani, poi c'erano alcune famiglie ebree con bambini,

due vecchie sorelle che avranno avuto 75 anni, fini. Sai, di quelle sorelle anziane.

Vedevi di quelle vecchiette, così, che poi sono morte nel giro di 7/8 giorni. Prima è morta

una e un paio di giorni dopo è morta l'altra. A vedere ti facevano una pena che mai. E noi

ci hanno caricate su un vagone dove c' erano de11e slovene da Monfa1cone, Gorizia,

Trieste, poi un po' in dentro, alcune slovene di Fiume, partigiane tutte, fortissime.

E tutto il treno cantavamo. E’ stata dura, un viaggio tremendo, un freddo; più in su si

andava, più freddo c'era.

Da Udine eravamo partiti abbastanza subito, il tempo di fare gli appelli, di contarci. Erano

molti gli uomini, mi pare che c'erano anche degli inglesi in mezzo, perché erano stati fatti i

grandi rastrellamenti. Era già da un mese che erano dentro, un mese e mezzo. C’era

Pietro Pascoli, c'era Esposito, Poi c'erano altri; c'era Bigotti Gino, che era partigiano, preso

vicino a Gorizia, della Garibaldi Natisone, che ho visto in Austria: ci hanno mollati vagone

per vagone a fare i bisogni nelle neve.

“Mandi Rosina” O Gino, sei lì? .

Siamo arrivati a Dachau, a Monaco: hanno tagliato poi i treni e non ci siamo neanche

accorti.

Per arrivare a Rawensbrück, che è 80 – 90 chilometri sopra Berlino, siamo stati non so se

6 o 7 giorni.

Comunque hanno tag1iato i vagoni degli uomini, che hanno messo a Dachau, e noi siamo

andate su fino a Rawensbrück, passato Berlino. Tristissimo Berlino, tutta una nebbia, tutte

quelle facce bianche, slavate, di quei tedeschi duri; e siamo arrivati verso il tramonto.

Rawensbrück è un paesino su un lago: é una zona di laghi, é una bella zona, sarebbe... I

campi di sterminio erano tutti fuori dalla città: c'era una strada, dove di qua e di là c'erano

delle villette, dove abitavano gli ufficiali della SS, con tutte le finestre con i fiorellini, bei

bambini con le facce per qua, ben nutriti. A proposito che si dice che chi ama la musica, i

fiori, gli uccelli é di animo gentile, e quelli lì avevano dei fiori tenuti meravigliosamente

bene. E, quando ho girato dopo la guerra, nelle case fracassate trovavi pianoforti, violini,

così; come la mettiamo questa cultura?

Va bene. Siamo arrivate a Rawensbrück sul tramonto. Mi sembra di vedere ancora questa

strada con queste villette; poi si apre questo gran portone con la solita scritta. Un gran

portone massiccio di legno inferrato.

Lo spalancano; di qua e di là vedi un sacco di SS, coi fucili, coi cani. Entriamo in questo

grande cortile, vediamo baracche, in simmetria perfetta, tutto a posto, e vediamo gente,

donne che girano vestite a righe, qualcuna no, magre, scheletrite, altre abbastanza arzille;

e ci fanno entrare in un atrio e lì c’era, un po' di confusione. Vengono due francesi, di cui

una molto sveglia. Si vede di que11e che da parecchio erano lì, le avevano messe a fare

alcuni lavori, sopravvivevano perché le avevano messe a fare lavori diversi, servizi, forse

perché sapevano lingue, sapevano il tedesco. Questa qui ci viene vicino e ci dice: “Sentite,

se avete roba da mangiare, mangiatela subito, tutta quanta, che poi non mangerete e se

ne avete di più e non potete, buttatela..." e ci han detto dove buttarla. Così abbiamo fatto,

abbiamo rotto la valigia di una di Cormons che aveva il ben di dio dentro, una donna

anziana. Mi ricordo che, non so come, ho trovato un pentolino, ho messo 8 uova, cacao, e

zucchero e burro e ho fatto tutto un "pastroch"; sono stata bene due giorni però. Avevamo

mangiato quasi niente in tutto il viaggio, e quella lì aveva il ben di dio e poteva dar da

mangiare a tutto il vagone.

E poi tutto il resto ed era una cosa tremenda. Restavi lì e non riuscivi a farti domande né

niente. Ma dove sono? Perché più entravi dentro nelle cose e meno ci capivi. Ci capivi

solo che era una cosa infernale.

(Appena arrivate) non c'é stata selezione in quel momento, non ho visto; perché poi ci

hanno divise e non si sa alcune dove sono andate a finire. I bambini li hanno lasciati lì:

erano pochi, 4/5; li hanno lasciati lì con le donne ebree, con la madre penso. Non c' é

stata selezione in quel momento lì. Forse non erano preparati. E ci hanno condotte al

cosiddetto bagno, che sarebbe stato anche una doccia dove avrebbero potuto anche

gasarci. Ma chi sapeva queste cose? Non ci hanno dato neanche il sapone.

E le docce, invece di darci un po’ di acqua calda, solo acqua fredda; poi é venuta una

bestia di donna, prigioniera ma forse criminale, non vestita a righe, con una pompa così

grossa di acqua fredda e ha, cominciato come si lava la macchina. Un freddo da morire.

Sembrava una bestia scatenata. Vedevi delle persone talmente fuori di sè, che... Di lì poi

ci hanno portate a tagliarci i capelli, quelle che li avevano lunghi. Non molto a noi, mentre

ag1i uomini glieli tagliavano fin sotto e poi facevano la “strasse". Poi ci hanno fatto fare il

fagottino dei nostri vestiti, messi là, e ci hanno dato un piccolo mucchietto di vestiti. Cosa

succede qua? con questo freddo devo vestirmi così? E non c’era né una mag1ia né

niente, naturalmente: una sottoveste di quelle di lana e seta, fatte a maglia, piene di buchi.

Non avevano vestiti a righe in quel momento lì. Una blusetta con le maniche corte, fatta ad

uncinetto, figurati. E una gonna a quadretti bianchi e neri, senza orlo, tutta sfilacciata. Un

paio di mutande larghissime, senza elastico. E poi un pastrano, perché era freddo, la

gente sarebbe morta. Un cappotto, così, ognuna differente dall’altra. A me hanno dato uno

che era blu, aveva manica nera e una gia11a. Sulla schiena, siccome era blu, aveva un

croce fatta con la ca1ce. Quelle che avevano (il cappotto) chiaro, facevano col catrame. E

poi ci hanno dato un numero, un triangolo rosso col numero de mettere sul pastrano,

perché sotto... non lo cavavamo mai, era inverno. Non ci spogliavamo mai, né per andare

a dormire, niente. Poi tra l’altro andavi a rischio di restare nuda se ti spogliavi, perché ti

portavano via le altre, no? Mi ero salvata le scarpe, strana cosa. Invece di mettere quegli

zoccoloni, ho infilato di nuovo le mie scarpe, che erano buone, scarponi fatti apposta per

le compagne. Non hanno fatto caso, e sono ondate avanti così per un bel po', le mie

scarpe. Si sono rotte alla svelta, perché si sono rotti i legacci, il fango, la neve, il ghiaccio.

Però inizialmente qualche prigioniera le aveva viste e difatti due notti ero andata a

dormire, avevamo i lettucci a tre piani e nel posto di una eravamo in cinque, per cui

avevamo una testa, una piedi, così, come le sardine in scatola, tutto un lurido, i pagliericci

luridi dove c'era morte tanta di quella gente, sporchi di tutto, di sangue, di escrementi, di

roba, puzzolenti, pieni di pidocchi. Due volte mi sono sentita tirare i piedi, che cercavano,

nel buio della notte, di rubarmi le scarpe, come faceva la Maria. E allora scalpitavo e

scappavano perché avevano paura.

Però la prima notte noi l'abbiamo passata in un altro modo. Siccome, si vede, non era

ancora stabilito dove dovevamo andare perché eravamo in molte, con le slovene. Prima

abbiamo passato parecchie ore sotto une tenda. Une tenda che non ho mai capito, però la

Rolfi, che è una fra le prime deportate a Rawensbruck e che ha fatto quel libro, "Le donne

di Rawensbruck" {i primi arrivati avevano più, modo... non era la bolgia degli ultimi tempi.

Perché quando siamo arrivate noi, non esisteva senso di vita umana, era tutta una bolgia,

una bolgia dove gente di tutte le lingue si incontrava, moriva, soffriva, si spingeva per

sopravvivere, per trovare una buccia, qualche cosa). Questo gruppo nostro ci hanno messe

in questa tenda, una tenda nera, che poi la Rolfi mi ha detto che si parlava di una tenda

nera dove molte volte mettevano delle ebree, prese in mucchio così, non so dove; oppure

gruppi di zingare magari, e le lasciavano lì fino alla morte, senza dargli niente. Infatti in

questa tenda, ci siamo sedute per terra, c'era un 'mucchio di donne, che non sapevi se

avevano novant’anni o quanto, ridotte solo... penso che siano state ebree, ma erano tutte

vestite di nero, forse prese in qualche paese dove si usa così. Vedevi solo il naso affilato e

gli occhi infossati, ma erano ridotte che sembravano morte, una sopra l'altra, un mucchio

di donne con questi vestiti neri, che non si muovevano neanche. Mi ricordo ancora, hanno

aperto la porta della tenda e sono passate davanti, io non so se lo facevano addirittura

apposta, due disgraziate che portavano un bidone di patate lesse, che non erano per noi,

saranno state per tedeschi, per chi lavorava, non so, per chi era addetto a certi lavori.

Queste qua, che sembravano morte, sono saltate su come se avessero una molla, no?

E brunf, su questo bidone. Un po' di patate si sono sparse per il pavimento. Aver visto lo

spettacolo, era una cosa spaventosa. Buttate sopra quelle patate che correvano, in tre in

quattro a tirarsele fuori...

Una lotta insomma proprio da moribondi di fame. Però ci hanno pensato le a1tre dopo. Le

sorveglianti, le tedesche, hanno cominciato a dare calci e colpi di cinghia, fin che le hanno

ridotte...

E poi si sono messe di nuovo così. Una roba spaventosa, una roba da incubo.

Porca l'oca, mi sono detta, e qua? speriamo che finisca la guerra presto, perché di qua

non si scappa.

C'erano i muri con sopra il filo spinato ad a1ta tensione, c'erano le garitte delle sentinelle

ogni tanti

metri, con le SS con la mitrag1ia, e quindi chi scappa di lì, figurati. Poi i cani poliziotto: la

puzza

che avevi i cani la conoscevano benissimo, non é come la droga. La puzza di campo di

concentramento é speciale, perché sa di tutto fuori che di buono.

E poi di lì ci hanno portate una tenda che sarebbe stata come una specie di quarantena, e

lì c'erano parecchie ebree, perché gran parte erano ebree. A Rawensbrück io almeno mi

sono trovata sempre con ebree ungheresi, nella stessa baracca, con loro. Ci hanno messe

in una baracca speciale, senza il pavimento, con il legno in giro e aveva il tetto di tenda. Mi

ricordo che era scritto von Stroeim, il fabbricante si vede, un bel delinquente anche quello.

Lì si mangiava qualche cosa di diverso: delle zuppe con un po’ di roba, e lì c'era una

tedesca triangolo verde, cioè criminale comune, non so se avesse ammazzato o no. Era

molto brutta, poveretta. Questo non vuol dire, ma di quella bruttezza... un tipo come

appena abbozzato. E sai che è stata la migliore di tutte le kapò che abbiamo avuto?

Bestemmiava, urlava, aveva il bastone sempre per aria e non lo dava mai per la schiena a

nessuno. E la sera, quando si doveva essere chiusi, lei ci ha spiegato come dobbiamo

comportarci. Ci ha detto: "Guardate che qua é dura, guardate di non ribellarvi perché non

c’è niente da fare, vi ammazzano di botte. Cercate ai capire come fare per scansare...”.

Tutte queste cose insomma. E poi ci ha detto: “Adesso c' é un 'a1tra cosa che devo dirvi:

voi siete qui e adesso nella zuppa che vi danno ci mettono delle polverine che servono per

fermare le mestruazioni".

Eravamo veramente in tre per letto, non in 5 come dopo. Una strana roba, che non sono

riuscita a capire é quando ti svegliavi di notte, perché c'era sempre un po' di 1uce accesa

lì, a una certa ora di notte si riempiva tutto il pavimento di escrementi, di cesso insomma.

Ma sai che non potevi scendere per camminare? Non ho mica capito. C'erano delle cose

che non riuscivi a capire perché si facevano, da dove venivano... E la mattina non c’era

più.

Fatto sta che di notte mi ricordo che più di una volta ho guardato: ma guarda un po’ che

roba. Forse erano delle fogne, o lo facevano apposta, cosa vuoi sapere. Qualcuno si

divertiva anche in questo, no? Erano invenzioni. Io dormivo con una donna presa a Fiume,

ebrea. Era una donna che odiava gli ebrei a morte. Un fenomeno, una donna abbastanza

antipatica. E aveva una bambina di sette anni con lei. Lei aveva sposato uno non ebreo e

allora mi raccontava che era di Vienna, :parlava italiano,suo padre era ricco, milionario; in

quella volta milionari era come adesso miliardari; speriamo che non mi mettano con gli

ebrei perché io non posso vedere quella gente. Ma signora, ho detto, ma che discorsi fa

lei? Fra l'altro se é ebrea anche lei saranno come lei, ho detto, piÙ o meno tutti quanti. La

gentaglia c'é dappertutto, cosa centrano gli ebrei, poveretti. Aveva questa bambina di sette

anni, un matrimonio misto... Non ha fatto come ha fatto la Klein che ha capito e l'ha

lasciata al1a suocera, no? Se l'é portata dietro. Era una donna la bambina, e la madre era

la bambina. E questa bambina sgattaiolava in mezzo alle gambe... Sai i bambini, svelta

era e intelligente. Portava via qualche patate e non la mangiava. Veniva lì e 1a dava alla

mamma. E questa disgraziata ne dava una alla bambina e tre le mangiava lei. A me non

diceva niente. Va bene, io non dico che dia a me, ma alla bambina... Io, se avessi avuto

io, che non era mia figlia né niente, certamente gli avrei dato a lei. Anche nel letto. Questa

qui, era grassotta, si allargava tranquillamente e io dovevo abbracciarmi la bambina che

andava rischio di cadere giù. Lo facevo volentieri per la bambina, però la madre, l'avrei

messa nel forno lei, sul serio, anche se non sapevo ancora che c'erano i forni. FattO sta

che sono morte tutte due. La bambina di tifo e lei non so se le hanno tagliato una gamba,

se avesse una cancrena; fatto sta è andata in “revier"... Ma guarda che tipo di donna! Ho

un ricordo sgradevole di questa donna. Egoista al massimo. E questa bambina, ti faceva

pena, così intelligente, così sveglia, così pronta a servire la madre in tutto, capisci? E non

le lasciava neanche un pezzettino così. Faceva finta di dormire, spingeva me e io dovevo

tenermi la bambina, poveretta, tra le braccia perché sennò mi cadeva per terra.

E poi da lì ci hanno cambiate e tutte del nostro gruppo siamo andate in una baracca. C'era

una piena. Figurati, 5 al posto di uno, quanta gente c'era? C'erano molte ebree ungheresi

e lì c'era una sorveg1iante po1acca che era una bestia. Era da cinque anni in campo di

concentramento. Leggendo quel libro che mi ha imprestato la Klein, capisco come certe

volte uno stando lì, dipende dai tipi, copia i suoi persecutori, fa quello che i suoi

persecutori avrebbero potuto fare o facevano a lui. Era una disgraziata di donna, giovane,

Danka si chiamava. Andava con i tedeschi. Molte volte usciva: veniva un ufficiale delle SS,

andava via con lui. Così si arrangiava. Aveva il triangolo rosso. Una sera si vede che

aveva un po’ di ritorno di nostalgia, ha raccontato che gli avevano bruciato la casa, portata

via tutta la famiglia, portata via anche lei e messa a Rawensbrück. E lei andava a fare

l'amore con le SS. Era cattivissima. Quando prendeva una non la mollava fin che questa

non sveniva. 0gni tanto le venivano le convulsioni. o Cadeva per terra, si metteva a

piangere, si rotolava per terra, il cuore che le batteva.

Poi una volta ci hanno radunate, tutte noi, per chiederci, dopo un mese che eravamo lì, se

vogliamo lavorare in una fabbrica di munizioni.

(Prima:) ogni giorno la sveglia, che ora notte; venivano a svegliarti le sorveglianti con

bastoni, secchi d’acqua, giù legnate, magari a chi era ammalata e stava per morire,

moriva subito. Perché dovevamo tutte andare nei cortili, anche se c'era la febbre a 40. La

mattina era la mattina dei morti. Durante la notte restavano sfinite, morte, non si

svegliavano più moltissime; trovavi sempre qualcuno che moriva, attorno. E poi l'appello:

era tremendo. Buio, freddo, fuori nei cortili immensi, pieni di ghiaccio, non di neve.

Le baracche avevano le lastre tutte rotte; col fiato della gente le stalattiti di ghiaccio... E

uscivamo all'appello. C'era tanta gente da contare.

lo avevo il numero 97.323. Certo non c’erano così tante a1lora, ma era tutto un va e vieni,

morivano e i numeri si cambiavano. Comunque era moltissima gente, io non so quanta

possa essere stata. Ci contavano dieci per dieci. Nessuna voleva stare davanti e

nessuna voleva. andare dietro, perché davanti e di dietro prendevi tutto il freddo, tutto il

vento e anche le botte, perché uno voleva sfogarsi e ti dava, al primo che capitava. Però

dovevi stare se ti capitava. Ci si metteva così per lO, si metteva le mani sotto le ascelle

una dell'altra e tutto il tempo pestare i piedi perché sennò ti congelavi. E lì ti contavano,

ma siccome sbagliavano spesso e volentieri, poi magari una cadeva per terra svenuta o

morta, e allora torna a contare. Contavano 5, 6, 7, 8 volte sti disgraziati, sbagliavano

sempre.

Intanto veniva giorno. Venivano a fare le squadre di lavoro, perché tutti dovevano

lavorare, solo quelli che proprio non stavamo in piedi: allora te li buttavano nella baracca,

e là... Allora si cercava di non andare a lavorare: una questione di principio anche, no?

Poi anche di non fare fatiche fisiche per non consumare energie. Però ti capitava di

scaricare carbone spesso: c'era il treno lì vicino. Allora scaricar carbone tutto il giorno con

le carriole senza ruota. Ogni tento si scivolava nel ghiaccio, tutto il carbone per terra, giù

botte dopo. Oppure a chi capitava di dover andare a prendere i cadaveri e metterli sui

carretti per portarli al crematorio. Quando morivano la mattina, le mettevano sull'atrio

della baracca, le morte, nude e con il numero fatto in carboncino qua, sul petto perché

poi nel crematorio c'era il "Buro", l'ufficio con l'addetto che segnava: il numero tale é

deceduto per morte naturale. Perciò si trovano questi registri gran parte nell'ufficio di

Arolsen per le ricerche. Oppure il lavoro che si diceva tutti: "Kartoffel Kolonna". C'erano

parecchi "Kartoffel Kolonna". Baruffa per andare tutte a lavorare nelle K.K.

Subito fuori del campo c'erano... SCavavano come delle grandi trincee e lì mettevano

carote, patate e rape che poi coprivano. Col freddo duravano. Mi é capitato spesso di

andare. Allora lì potevi rimediare qualche volta di nascosto una patata cruda che te la

mettevi nelle calze... in qualche buco te la mettevi. Poi quando nessuno ti vedeva la

mangiavi.. O una carota, con la terra. e tutto. Certe volte non sapevano cosa farti fare e

allora mandavano una pala, piccone, e via fuori del campo non si sa dove, cammina sul

ghiaccio coi zoccoloni di legno, brin brun, andavi rischio di cadere ogni momento. E lì ci

mettevano in tante, sempre centinaia, a scavare. Scava scava tutto il giorno. Svelti, svelti,

rauss. Tutte con la dissenteria. Poi andavi a fare i bisogni e ti davano legnate per il sedere

perché facevi i bisogni. Se te la, facevi addosso, ti dicevano di tutto perché... Era acqua

che facevi, una malattia poi. Morivano di dissenteria certi e forza di... Si rompevano vene,

intestino, di tutto e morivano proprio quando facevano i bisogni.

L'indomani, via svelti, di corsa, piccone e pala di nuovo. Vai lì: ricoprire il buco che

avevano fatto il giorno prima. Cose senza senso, no?

"Poi danno da mangiare questa sbobba: avevamo come "dote" solo un pentolino noi, di un

quarto, legato Attorno alla vita. Senza cucchiaio, senza fazzoletti da naso, senza pettine,

niente. Solo questo pentolino con cui si andava a prendere un mestolo di quella porcheria

sporca di terra. Qualche volta facevano verze. Ti tiravano fuori una foglia di verza

nell'acqua e mangiavi quella. Una foglia di verza con tutta la terra, sempre crich in bocca.

Ogni tanto capitava una fettina di pane di quello che facevano loro, nero con pezzi di

paglia. Una fettina di un etto. In quelle condizioni lì, figurati: malattie, avitaminosi, ti

gonfiavi.

A me una volte si é gonfiata la testa, e hanno chiamato un medico per vedere se avevo la

rosipola.. Se avevo la rosipola, andavo nel forno, siccome é contagiosa. Invece questo

'medico, che aveva una faccia, da povero cristo, deve essere stato un austriaco,

prigioniero anche lui, ho capito che ha detto che no, non é rosipola: avitaminosi. Alcune si

gonfiavano le gambe, la schiena, febbroni da matti: fino a 39 di febbre si doveva lavorare;

quando il 39 andava su, allora ti lasciavano in giaciglio. E io ho provato una volta a

scappare dal lavoro, per non andare a lavorare per principio più che altro, e sono riuscita a

entrare in baracca. Quello che ho passato quel giorno lì chiusa in baracca, ho detto: vado

piuttosto a scaricare carbone, a fare non so cosa. Erano rimaste solo le moribonde, era

una roba pazzesca. C' erano una cinquantina dentro, che vagavano così, sai, senza

l'espressione neanche (gran parte ebree, tutte ebree erano); perché per loro c'era anche

questo, che non avevano un qualche cosa che le sosteneva, si sentivano condannate a

morte ingiustamente, sentivano che tutti le odiavano e non avevano quella forza d’animo

che ti serve, ti aiuta a superare. In certi casi serve come mangiare. E queste qui,

abbandonate così a se stesse, morivano così. Aver visto quello che era in quella baracca,

queste qua moribonde o quasi che giravano vagando in mezzo a questi letti, se la facevano

addosso. Una roba spaventosa. Una puzza dentro.

(Il programma di sterminio era ancora in atto) C'é un documento di Rawensbrück, trovato

dopo, siccome già si profilava l'avanzata dei sovietici: in caso che arrivassero lì (li sono

arrivati i russi a liberare) c'era questo progetto: le donne di Rawensbrück sarebbero state

caricate su una nave nel Baltico, che era poco distante, e poi buttate dentro, così non

restava vivo niente: le mangiavano i pescecani, i pesce spada, e compagnia bella.

Quindi il problema dello sterminio c'era; solamente che c'era un po' di caos ormai, saltava

tutto. Stavi due giorni che. nessuno si faceva vedere neanche con una rapa, e lì non c' era

niente da mangiare. Quando é andata via la neve, il ghiaccio, quel radicchio che cresce

dappertutto, la "lidrichesse". Ci avevano insegnato le vecchie del campo: se volete

mangiare erbe, mangiate solo quella che non fa male. Difatti non faceva male, almeno a

me non ha fatto male.

Ci han chiesto se vogliamo andare a lavorare (in fabbrica); allora che traduceva era una

slovena. Eravamo tutti partigiani, solo a noi (hanno chiesto): le ebree, le vecchie, i

bambini, scartati. Ci hanno passato visita prima, tutte nude tre ore nel freddo e poi ci

hanno guardato le mani. Una

era malata di pleurite, quell’altra era tubercolosa, ma ... buone per il lavoro. Ci hanno

guardato le mani, se erano mani buone per lavorare, e se avevamo cicatrici di operazioni

grosse. Difatti hanno scartato due che avevano cicatrici. Erano un po’ anziane però.

Allora ci hanno detto se accettiamo di andare a lavorare, così e così.

Ci siamo guardate in faccia, così, alla svelta, e nessuna é uscita. Perché qualcuno può

dire: potevate andare per salvarvi. Ma sai, un conto é se ti obbligano: devi andare perché

ti obbligano; dopo farai quello che fai, ma...

Lì non potevi ribellarti, si capisce, perché mettono una mitragliatrice e ti ammazzano...

Nessuna ha voluto andare. Solo c’era una madre con 4 figlie, slovena delle parti di Fiume.

La prima figlia aveva 2l anni e l'ultima ne aveva 14. Quattro belle ragazze forti, tutta gente

partigiana. Allora la madre, si può capire, ha spinto fuori le sue quattro ragazze. Solo loro,

che andavano fuori a malincuore. Poi ci ha fatto un discorso il capitano delle SS: era

piccolo così, con le gambe storte, ma in compenso aveva tanta voce. "Va bene, dice,

allora. vuol dire che starete qui a morire". Difatti era vero, perché ancora un poco...

Comunque dopo un mese improvvisamente ci chiamano tutte di quel gruppo ci caricano

su un vagone, ci danno da mangiare per due giorni, hanno detto loro: un po’ di margarina,

un po' di pane; e poi facciamo un viaggio di 6 giorni per andare a Buchenwald, cioè vicino

a Buchenwald, in un piccolo campo dove c'era una fabbrica sotto terra, in un bosco.

Saremmo state spostate in 300.

Ancora su Rawensbrück:

Ad un certo momento ci siamo accorte che gli ebrei che erano con noi, i bambini, non si

sono più visti e non sappiamo dove siano andati. Un giorno hanno preso le donne

anziane, anche le madri di un paio di ragazze che erano lì. C'era un reparto fuori di "

Rawensbrück , da un’altra parte, dove erano le donne vecchie e che sapevano lavorare a

maglia. E lì queste donne stavano lì, non so poi. Fatto sta che una di queste è tornata ,

aveva due sorelle che erano con me. Poi c'era un altro reparto di cui non ho capito niente,

e nessuno è riuscito a spiegarmi, e alcune volte che andavamo nei boschi a tagliare legna

( anche questo ci facevano fare), passavamo davanti a un reparto che era circondato di

rete, dove c'erano delle giovanissime ragazze, tutte bionde, coi capelli lunghi a treccia,

vestite con un grembiule celeste; ma belle: avranno avuto dai 14: più di 17 anni non

avevano; pulite, tutto a posto. Serie, nessuna rideva. Non so se erano nordiche o cosa.

Non ho capito cosa c' era in questo campo di giovani. Capire quello che succedeva in un

campi di sterminio é una cosa abbastanza difficile, perché, a parte le sofferenze, la fame, i

lavori forzati, le umiliazioni, il resto, queste cose strane, fatte magari per fare esperimenti...

Lì anche, a Rawensbrück sceglievano le ragazze per andare nel bordello dei nazisti,

perché ogni campo grosso aveva anche questo "repartino"; e queste povere disgraziate, in

gran parte fra le ebree le cercavano, magari ragazzine tirate su bene, sai? serie e tutto

quanto, se si rifiutavano le ammazzavano. Poi se rimanevano incinte, le facevano fuori,

magari.

Ragazzine ancora piene di studio, di educazione, una certa moralità, buttate lì ad

accontentare questi disgraziati di SS. A Rawensbrück facevano raccolta, naturalmente

appena arrivate, perché dopo che é un mese che eri lì, hai voglia ormai... Allora facevano

questa scelta di avere le più belle, che potevano andar bene, anche se queste non

volevano... gli davano da mangiare bene, pulite naturalmente. E se succedeva. che a un

certo momento non volevano più averle e le buttavano in mezzo alle loro compagne,

erano disprezzate anche da quelle, come se non fossero doppiamente vittime, perché

oltre che essere prigioniere, erano state violentate, trattate così e poi buttate nel carnaio

dove morivano tutte.

Passava voce, specie tra le più. anziane, di cercare di non andare in "revier", tener

duro fin che si può, perché si va a rischio di non saltar più fuori. Magari avevamo

febbre; si preferiva tenersi su l'una con l'altra, andare avanti più o meno, in modo di

non essere portate in ospedale. Anche perché li si moriva di freddo, oltre tutto.

Riscaldamento non c'era, e siccome nelle baracche dormivano da sole nei lettini;

coperte, pochissime. Un malato, freddo, con quel mangiare, senza cure, perché non

gli davano cure. Tutt’al più uno aveva., bisogno di tagliare una gamba o un braccio,

glielo tagliavano. Poi se non veniva una cancrena, forse tornava senza un braccio,

senza piede, senza mano, forse, se riusciva; ma poi non serviva più e moriva, lo

ammazzavano dopo in caso. Perché se tu pensi che io non ho visto una sola,

persona, prigioniera, con gli occhiali. E come si spiega questo? Ci sono di quelli tanto

miopi che non riescono a vedere da qui a lì; di conseguenza non riescono a ubbidire

agli ordini, perché non ci vedono. Quelli lì venivano ammazzati.

 
 

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