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TESTIMONIANZE > TESTIMONIANZA DI FEDERICO ESPOSITO

Testimonianza di Federico ESPOSITO, imprigionato nella Caserma Piave di Palmanova, quindi deportato, reduce da Flossenburg. Nel dopoguerra è stato presidente dell’ANED di Udine.

 

(Registrata a Udine da Flavio Fabbroni il 26 aprile 1982)

 

“Visco era il paese dove avevo svolto il servizio militare fino all’8 settembre.

A Visco l’esercito italiano, come a Gonars, aveva costruito dei campi di concentramento per gli sloveni. Io ero addetto in quel campo a ufficiale di amministrazione. A Visco ho conosciuto una ragazza che poi é diventata mia moglie. Dopo l’8 settembre io sono rimasto per un certo periodo come borghese nello stesso paese.

 

Nell’aprile—maggio del ‘44 fui avvicinato da qualcuno ed invitato ad entrare nelle formazioni osovane. Entrai quindi nelle formazioni osovane e peregrinai qua e là, in varie località, da Pielungo ad Attimis... sino a quando per una disposizione del CLNAI, direi nel settembre del ‘44, arrivarono direttive per unificare i comandi tra Garibaldi e Osoppo. Io fui incaricato dalla Divisione Osoppo di prendere contatti e con osovani e con garibaldini della Bassa friulana, per definire il rispettivo territorio di competenza. Giravo in bicicletta la Bassa dormendo qua a là, in casa di compagni; a Torviscosa in particolare, perché l’Osoppo si appoggiava molto alla SNIA Viscosa, nella quale grossi funzionari sostenevano il movimento partigiano.

Dopo il proclama Alexander, molti partigiani scesero dalla montagna, e i tedeschi approfittarono per sferrare quell’offensiva che operò una notevole distruzione delle formazioni partigiane.

Nella Bassa operava una formazione atipica, di SS tedesche ma comandate da un ufficiale italiano, Odorico Borsatti, il quale sosteneva di avere potere di vita e di morte su quelli che catturava.

Nella Bassa friulana, girava con un reparto di cavalleria (con un 40 uomini a cavallo, oppure sostituiva i cavalli con motociclette).

Ci furono molti rastrellamenti a Torviscosa con dei morti, prima che fossi arrestato, quella sera che andai a trovare la fidanzata. Certamente una spia del paese mi ha visto arrivare. Erano le nove e mezza di sera, era già buio (era l’ottobre del ‘44), pioveva maledettamente: solo qualcuno del paese può avermi visto arrivare e avvertito i tedeschi.

Dopo mezz’ora, tre quarti d’ora che ero nella casa della mia futura moglie (feci in tempo a mangiare una pastasciutta perché avevo fame, cosa normale a quei tempi, e fu l’ultima pastasciutta), arrivò Borsatti con il suo reparto, avvelenò il cane, circondò la casa. Per evitare danni alla famiglia di quella che all’epoca non era ancora mia moglie, mi consegnai tranquillamente. Dissi che ero io quello che lui cercava.

Cercava in effetti un ufficiale italiano che era della Osoppo, e che era meridionale (io sono nato a Napoli). Fui arrestato alle 10 e mezzo di sera del 27 ottobre del 1944.

Un camion ci portò a Medea. Al mulino di Medea fu arrestato un compagno, Odilo Simonit, un ragazzo della mia età, anzi 24 anni aveva lui e 23 io: è morto in Germania la vigilia di Pasqua del ‘45.

Tutti e due fummo portati alla caserma Piave di Palmanova.

Mi fecero entrare subito in un ufficio; c’era un maggiore tedesco che durante tutto l’interrogatorio non intervenne mai.

Borsatti cominciò l’interrogatorio con una bella messa in scena. Era seduto dietro ad un tavolone enorme, insieme al maggiore tedesco; c’era un bar fornito di liquori e lui ostentava di bere, con aria spavalda. Io ero seduto su una sedia tra due cani, uno di qua e uno di là; e dietro ai due cani, quindi alle mie spalle, c’erano due soldati tedeschi, credo: non posso dire il grado perché erano stranamente a torso nudo, in pieno 27 ottobre del 1944: pioveva ed era freddo quella notte. Evidentemente ciò faceva parte di un sadismo scenico del Borsatti.

Mi fece vedere tre fotografie, tre documenti di identità. Uno dei tre io lo avevo incontrato, durante quegli incontri che dovevano portare all’unificazione dei comandi. Lo riconobbi, ma non lo dissi. Dopo seppi che l’uomo della fotografia fu ammazzato dallo stesso Borsatti lì a Palmanova, pare durante l’interrogatorio.

Si chiamava Severino Stakul, operaio dei cantieri di Monfalcone.

Il mio interrogatorio fu una pagliacciata: lui recitava la parte dell’attore tragico. Io sulla sedia non potevo neanche...

Come mi appoggiavo un po’ più a destra o un po’ più a sinistra, subito questi cani, enormi, ringhiavano; e alle spalle avevo quei due uomini. E su un tavolino, in un angolo, c’erano degli oggetti, catene, ferri e sentivo dietro a me rumori di catene, di chiodi, di cose del genere e non potevo voltarmi.

Per il resto non fui assolutamente maltrattato, se non per questo condizionamento fisico di non potermi muovere. Borsatti voleva sapere se possedevo documenti, chi erano i miei superiori, con chi avevo contatti, quali erano la mia zona di appartenenza e il mio reparto.

L’interrogatorio durò un paio d’ore.

Fino a quando arrivammo al finale del primo atto: si mise a guardare l’orologio...

 

(Non mi ha mai dato del “tu”. Mi aveva preso i documenti che avevo indosso  tra i quali c’era la tessera d’ufficiale, dalla quale risultava che ero napoletano e ufficiale dell’esercito. Lui si vantava di essere un ufficiale dell’esercito italiano, passato ai tedeschi solo perché gli slavi gli avevano massacrato la famiglia. Lui quindi era un ufficiale coerente, che non aveva tradito come Badoglio. Da ciò, secondo me, derivava questo rispetto nei miei confronti, di pari grado. Lui l’8 settembre aveva seguito l’esercito tedesco partendo proprio da Napoli, dove svolgeva il suo compito — così lui disse a me, ma non l’ho accertato— di ufficiale di cavalleria. Forse quindi per tutto ciò non mi ha mai dato del “tu”, non mi ha toccato).

 

Guardando l’orologio, mi disse: “Adesso vi do un minuto di tempo. Alla fine del minuto, il vostro problema della vita sarà risolto”.

Naturalmente il minuto passò in perfetto silenzio; alla fine del minuto, senza che fossero stati dati ordini, i due energumeni alle mie spalle mi presero sottobraccio, sollevandomi letteralmente da terra, e mi portarono lungo tutto il cortile della caserma. Camminammo un buon cinque minuti sotto la pioggia. Arrivati ai bastioni, mi consegnò una pala e mi disse che avrei dovuto scavarmi la fossa. Mi indicava dei buchi per terra, dicendomi: “Qui c’é il primo vostro compagno, qui il secondo, qui il terzo compagno, come li chiamate voi”. Usava quella terminologia per irridere il movimento.

E contò fino a 17, quindi io avrei dovuto finire nella diciottesima fossa.

Non é che io con la pala mi fossi scavato la fossa; me la diede un momento, poi un altro me la strappò di mano.

Diede degli ordini in tedesco. Da quel momento io mi ricordo soltanto che sei uomini avevano effettivamente sei fucili in mano. Ricordo benissimo che, in piedi, puntarono sei fucili contro di me, ad una distanza normale come si vede nelle fucilazioni nei film, o nella Tosca, perché io non ho mai assistito ad una fucilazione vera.

Cosa sia successo da quel momento in poi, non lo ricordo. Ricordo soltanto che le stesse braccia che mi avevano condotto all’andata, mi riconducevano per la stessa strada, di ritorno, sempre sollevato da terra. Ma tutto lo ricordo come avvolto in una nube. E poi uno spintone, mi ritrovai disteso per terra in una stanza, e una porta che sbatteva.

E io rimasi in questa stanza, dove non c’era né mobile, né sedia, niente tranne una specie di bidone in un angolo, dalla sera del 27 ottobre alla mattina del 4 novembre, senza mangiare, senza bere.

Il non mangiare non era niente, ma la sete é stata tremenda. Ricordo che urlavo picchiando alla porta. Siccome la finestra della stanza dava sulla strada, su via Aquileia, qualcuno dall’esterno una volta deve aver sentito: é entrato un tedesco, mi ha riempito di botte mentre ancora stavo battendo sulla finestra. Per terra c’era acqua, creolina, sangue e sporco.

Dopo il terzo giorno, credo, hanno messo dentro nella stanza un altro, Umberto Reverdito, che oggi è titolare, o gestore, di un albergo a Cervignano e uno a Grado. Anche lui é partito per la Germania in un convoglio precedente al mio ma é riuscito a scappare dal treno.

Il penultimo giorno fanno entrare nella stanza “Boss”, Ermanno Cetolo, anch’egli di Monfalcone e aiutante di “Montes”. Ci confidò che qualche giorno prima era stato arrestato “Montes”, che si trovava nella stanza di sotto: lo sentivamo urlare e gridare dalle torture, e lo sentivamo cantare, nel delirio. Dal buco della serratura, io ritengo di averlo visto con la testa spaccata, il viso coperto di sangue.

Poi ad un certo momento non sentimmo più né parlare, né cantare.

 

Il 4 mattina, presto, ci portarono in carcere a Udine.

Nel camion ritrovai Odilo Simonit, e da quel momento restammo sempre assieme, fino alla sua morte.

Nel carcere di Udine, la prima impressione fu di spavento letteralmente, perché fummo condotti nel reparto “comuni”. Allora ero un giovane “perbenino”, diciamo: mi colpì questo stare con delinquenti comuni. Le voci più strane correvano sui comuni.

Noi ci ritenevamo non delinquenti, ovviamente, ci ritenevamo dei privilegiati: per me essere in carcere era un motivo di orgoglio, perché ritenevo fosse il naturale epilogo di una mia scelta, quindi non inveivo, non protestavo per la detenzione, anzi l’accettavo come un fatto di guerra. Quello che invece non accettavo era questo contatto con i comuni, i quali avevano delle regole di vita tutte loro.

Poi correvano le voci più strane: quello aveva ammazzato la madre (forse non era vero forse lo dicevano per spaventarci); poi c’era quello che aveva rubato, furti rapine, scassi.

Eravamo ammucchiati in una stanza in 16—18; lungo le pareti c’era della paglia per terra e una coperta a testa. Quindi il primo sentimento fu di intolleranza verso i comuni, che poi ovviamente avevano tutte le attenuanti anche loro.

La prima triste esperienza fu una notte il prelevamento di un ometto che dormiva in fianco a me. Avevano ammazzato un capitano tedesco a Strassoldo...

In carcere c’era anche il venditore di giornali, un privilegio che avevamo. Noi dall’esterno eravamo assistiti dal CLN in un modo splendido: nessuno di noi era senza sigarette, o senza soldi o senza quanto altri forse fuori non trovavano. Il tramite erano le guardie carcerarie, alcuni prezzolati, altri per ideale.

Noi quindi potevamo comperare i giornali: allora l’unico quotidiano che potevamo leggere era “Il Popolo del Friuli”. E la mattina leggemmo che alcuni ostaggi erano stati prelevati dal carcere di Udine ed erano stati fucilati a Strassoldo. Uno dei fucilati era proprio un gobbo, dentro per reati comuni, che dormiva a fianco a me. Entrò un fascista che lo indicò col dito a distanza, e quello fu molto più bravo di me, perché si alzò di corsa: si sapeva che quando venivano a prendere qualcuno, quello andava a lavorare fuori. E piuttosto che restare in carcere tutti preferivamo andare a lavorare.... E poi lessi che era stato fucilato. E allora (l’uomo poi non é sempre tanto buono) mi felicitai con me stesso per quella che avevo considerato una fortuna la sera precedente.

Feci di tutto per passare alle celle singole, dove si stava in due: feci di tutto con i quattrini, per parlar chiaro, e riuscii ad ottenere da una guardia di trasferirci, io e Simonit.

Eravamo in due, avevamo il nostro fornelletto, avevamo almeno delle  brandine, sia pure con dei materassi per modo di dire; e avevamo questo grosso vantaggio, che le guardie carcerarie ci aprivano la porta la mattina e perlomeno era possibile muoversi da una cella all’altra.

In quell’occasione ho ripreso i contatti. Era stato arrestato il mio comandante della Osoppo, il colonnello Morra, comandante della II divisione Osoppo; era stato arrestato il colonnello Dessy, era stato arrestato “Martello”, mio amico: così avemmo almeno il conforto che ci si poteva incontrare.

Era con me Liva, di Cervignano; caso strano erano tutti compagni garibaldini, perché io avevo avuto più rapporti con i garibaldini che con gli osovani. Poi ho conosciuto don Erino D’Agostini, che era nella cella vicina.

Qualcuno giocava a carte, qualcuno è uscito il giorno di Natale (l’avvocato Piussi di Udine). Ogni tanto arrivava qualcuno e si metteva a sparare in aria, in pieno corridoio, col mitra; ed erano sempre i fascisti, mai i tedeschi. Ogni tanto qualcuno veniva prelevato e la mattina dopo, su “Il Popolo del Friuli”, si leggeva che era stato impiccato qua o ammazzato là.

Se dal punto di vista dell’entusiasmo ci sentivamo ancora vivi, perché avevamo i contatti con l’esterno e tra noi e sapevamo che tutto sommato avremmo vinto, avremmo finito per vincere proprio a livello umano, personale, ideale, in queste condizioni é evidente che eravamo stressati.

 

Ci si aspettava di essere prelevati da un momento all’altro.

Durante gli oltre due mesi che fui in carcere, mi pare di aver subito tre interrogatori: tutti e tre in piena notte, durante l’allarme.

Mi veniva a prendere in via Spalato per portarmi in via Cairoli, nella palazzina della SD, sempre un uomo con un cane. Veniva di solito un maresciallo tedesco; una solo volta é venuto un questurino, e di giorno. E in quella occasione, non ricordo come, riuscii a far avvertire la mia fidanzata, che allora viveva a Udine.

All’uscito dall’interrogatorio, c’era ancora l’allarme, la trovai sotto il portone di fronte a via Cairoli. Il questurino capì la cosa e mi lasciò solo con lei finché durò l’allarme.

 

Durante gli interrogatori alla SD, cani, sempre cani. Erano interrogatori precisi: evidentemente avevano elementi molto dettagliati su di me. Non sbagliavano le domande, quando citavano i rapporti che io potevo aver avuto con rappresentanti anche di piccoli reparti.

Loro cercavano principalmente di arrivare al triangolo: chi erano gli altri due uomini con cui ero a contatto. Sbagliando completamente, credevano che io possedessi chissà quale elenco di nomi, pur riferendosi sempre a fatti concreti, a località dove ero stato. Ma nomi io non ne sapevo: anche se avessi voluto parlare, ne avrei potuto dire due, tre al massimo. Cosa avrei potuto dire? “Montes”, “Lupo”; c’era un altro che si chiamava “D’Artagnan…

Comunque non sono mai stato torturato. Ho dovuto firmare qualcosa, tre quattro pagine, non le ho lette perché non mi é stata data né la possibilità, né il tempo, quindi non saprò mai cosa c’era scritto su quelle pagine.

Poi mi hanno lasciato tranquillo fino all’alba dell’11 gennaio del ‘45.

La mattina della partenza c’é stato un appello. Nell’elenco non c’erano il colonnello Morra né il colonnello Dessy. Però all’ultimo momento ne esclusero due, don Erino D’Agostini e un altro di cui non ho saputo il nome, e inclusero all’ultimo momento i due ufficiali.

Ci dissero di portare tutto quello che potevamo, e finì che ci procurammo tutto ciò che riuscimmo a trovare.

Ci dissero che andavamo a lavorare, che saremmo stati liberi, che avremmo visto da vicino la grande Germania. Io addirittura ero riuscito ad avere dei marchi. Ero così convinto di andare in Germania a fare il libero lavoratore, che avevo pregato la mia futura moglie di procurarmi oro. Avevo l’orologio, un anello, la catenina, e poi roba da mangiare, maglie di lana naturalmente: se dobbiamo andare, andiamoci con tutti i confort possibili; e non sapevamo che il primo atto di riguardo che ci avrebbero riservato appena messo piede in territorio tedesco é stato di spogliarci nudi come vermi, completamente, portandoci via anche i peli del corpo.

 

In carcere noi, come dicevo, avevamo rapporti continui con l’esterno, ricevevamo comunicati, sapevamo tutto quello che avveniva nelle formazioni partigiane. C’era stato assicurato che, oltre Artegna, il treno avrebbe rallentato, che il capotreno era d’accordo: come d’altra parte era avvenuto per tutti i convogli precedenti.

Durante la resistenza i ferrovieri sono stati magnifici, hanno fatto tutto quello che era possibile fare per renderci la fuga agevole.

Anche a noi avevano detto dove avrebbe rallentato il treno; il modo migliore per fuggire era di sollevare le assi del pavimento e buttarsi giù quando rallentava il treno, e noi avevamo il ferro adatto. Il treno, quando poteva, andava a passo d’uomo.

Noi eravamo disposti anche a disfare completamente il vagone. C’era qualcuno che diceva: “per l’amor di dio, non lo fate, che ci andiamo di mezzo noi”; ma noi eravamo giovani e avevamo galvanizzato quasi tutti per la fuga. Una tavola era stata già schiantata quando il treno era ancora fermo in stazione.

Quella mattina, c’era la neve e mezza Udine che faceva ala lungo viale Trieste: gente che ci salutava. La famiglia di Pascoli era al completo. Chi piangeva, chi salutava, qualcuno all’ultimo momento ancora consegnava cibi, pacchi. Io ho avuto l’impressione che tutta la città si fosse radunata in viale Trieste. E la gente ci ha seguito fino a sotto i vagoni. Eravamo chiusi nei vagoni, piombati regolarmente, e la gente era sotto

sul marciapiede. I tedeschi facevano fatica a trattenere questa marea di gente, soprattutto donne: nessun uomo poteva correre il rischio, e se qualcuno lo correva, veniva caricato insieme a noi.

Soprattutto donne e bambini, ed era uno spettacolo per me un po’ straziante.

Siamo stati molto a lungo fermi alla stazione di Udine perché, poi abbiamo capito, si stava formando il convoglio con quelli di Gorizia e di Trieste.

 

Poco prima che il capostazione desse il via, e nessuno di noi se l’aspettava perché non era mai avvenuto precedentemente, entrano due nel vagone, altoatesini vestiti da SS tedesche, ma parlavano italiano. Si sono collocati nei due angoli, spalle alla parete, col mitra imbracciato e seduti per terra. Appena entrati, hanno detto: “Non fate nessun tentativo di fuga, perché anche se ci ammazzate, noi vi scarichiamo il mitra addosso, ed é chiaro che con gli spari arrivano gli altri e vi ammazzano”.

C’è stato tutto un parlamentare con loro; abbiamo detto: “Vi portiamo con noi, avrete salva la vita. Finita la guerra vi riconosciamo eroi nazionali”...

Abbiamo fatto tutto il possibile per commuoverli, per portarli dalla nostra parte.

 

Il viaggio è durato tre giorni. Siamo arrivati a Flossenburg, che si trova lungo il confine tra la Germania e la Cecoslovacchia ed è sulla traiettoria Norimberga - Praga. C’era qualcosa come 80 centimetri di neve, una ventina di gradi sotto zero.

Il campo era sopra una collina spianata. Di sotto c’era il paese, Floss.

Durante la salita, che è durata parecchio, i tedeschi, tutte SS, hanno cominciato subito a darci il benvenuto strappandoci gli orologi: a me hanno portato via l’oro ad un altro la catenina: quello che si vedeva. Già in strada abbiamo provato i cani, le bastonate (bastava che uno uscisse dalla fila) e il furto, la rapina.

La violenza, insomma.

Arrivammo a Flossenburg: il cerimoniale, se così si può chiamare, era uguale in tutti i campi. I documenti in una busta con gli oggetti personali, poi spogliati nudi, una doccia per finta, perché il getto d’acqua durava due minuti. Poi ci sono stati buttati degli indumenti, il triangolo rosso, che, poi, non so come, avremmo dovuto cucircelo addosso. E resta il fatto che ce lo siamo cuciti, sono le cose che non ci si ricorda.

Poi il barbiere, un prigioniero: depilati dappertutto, in particolare sotto le ascelle, le parti delicate dietro e davanti, poi con la macchinetta rapati a zero e la parte centrale rasati; la “strasse”.

Dopo due giorni che eravamo arrivati, ho dovuto assistere all’unica impiccagione della

mia vita, bisognava guardare per forza.

Era un russo, ed hanno detto che aveva tentato la fuga. Radunavano tutti all’ora giusta e bisognava assistere a testa alzata; se qualcuno abbassava la testa si prendeva una scudisciata. Adoperavano dei tubi di gomma con l’anima di ferro.

 

Quando si arrivava al campo, ti mettevano in fila. Passava un medico, in divisa, e scriveva sulla fronte dei prigionieri un numero; 1, o 2, o 3. Con una matita. Dopo si è saputo, chi aveva scritto il numero 1, sopravviveva, perché era idoneo a tutti i lavori Il numero 2 era idoneo ai lavori interni e non a quelli esterni; dei numeri 3, non abbiamo mai più saputo niente.

A Flossenburg sono stato pochissimo: ci hanno messo in quarantena; ci dicevano che eravamo dei privilegiati e il privilegio consisteva nel non far niente. Perlomeno non si soffriva il freddo perché nella baracca il calore umano ci riscaldava.

Eravamo in tre per ogni castello, i castelli erano due e quindi eravamo in sei su un pianale, uno di qua e uno di là: scene tragiche per guadagnarti il centimetro di spazio.

 

Siamo diventati subito, immediatamente, tutti cattivi. Non c’era più uno buono tra noi, cominciando da me. Ognuno pensava a sopravvivere, pensava a conquistarsi il centimetro, pensava a rubare il pane del vicino.

 

Finita la quarantena, siamo andati, tutti noi del gruppo degli italiani, a Hersbruck, un sottocampo.

Hersbruck è una ridente cittadina nel territorio di Norimberga. Il campo sorgeva in una specie di palude. In un piazzale avevano ricavato delle baracche, ma precarie; quattro assi quattro chiodi; addirittura delle passerelle in legno, assi, su cui camminavamo, e sotto c’era fango, melma e palude.

Non c’erano strade, nemmeno da una baracca all’altra. Non c’era infermeria, né camera a gas, né crematorio. Era stato costruito per fornire manodopera a una miniera di bauxite, se la bauxite è quella terra rossa.

Dopo, noi siamo ritornati, ma la miniera nella roccia era murata completamente.

Chi aveva l’appalto dei lavori era la Siemens: lo so, perché tutte le squadre di lavoro erano chiamate “Siemens”, con attaccato l’appellativo della specializzazione: c’era la Siemens—ferro, Siemens—cemento, Siemens— elettricità.

Noi spingevamo i carrelli della “decauville” e li caricavamo. Per andare al lavoro, si faceva un’ora di treno e un’ora di strada. Nel sottocampo c’erano settemila persone; settemila, e la particolarità di cui si vantavano gli stessi tedeschi quando ci tenevano le arringhe educative, ogni tanto, era che eravamo sempre in settemila e che arrivavano regolari convogli di duemila la settimana: il che vuol dire che la mortalità era di duemila per settimana.

Questo fino ad aprile, mese in cui abbiamo fatto la pasqua.

Ho visto il famoso dottor Pontoni morire in quei giorni: tessera del fascio repubblicano di Trieste n. 2 (o 1, o 3, non mi ricordo).

E mi è morto tra le braccia, andando a lavorare Odilo Simonit: tutto nella settimana tra la domenica delle Palme e Pasqua.

Ricordo tutto ciò perché i tedeschi per farci festeggiare la Pasqua ci hanno dato un vitto particolare: nell’acqua e rape c’era qualcosa di diverso, e qualcuno ha detto che erano funghi. C’era un pezzo di cuoio in più, io ho detto.

Solo per quello mi ricordo: era proprio il cervello che rifiutava altri pensieri; c’era il problema di trovare un pezzo di panno per avvolgere il piede, curarsi una piaga, rubare lo zoccolo di un altro. Erano tragedie se veniva rubato lo zoccolo ad uno: se ti rubavano lo zoccolo, camminavi scalzo, non c’era niente da fare. Dove andavi? Al magazzino a chiedere un altro zoccolo?

Il problema magari era imbottirsi con il cappotto di uno che era morto e che restava per terra, a allora glielo si prendeva perché era più caldo, meno sporco: questi erano i problemi più grossi.

 

Io ho notato che non si moriva per denutrizione o per maltrattamenti: si moriva ogni qual volta il cervello decideva di non resistere.

Così io non sono riuscito a salvare Odilo, perché quando Odilo ha cominciato a dire: “Io non ce la faccio, hai voglia di dirmi che torniamo a casa, che vinceremo la guerra, ma io non tornerò a casa...”…

Una mattina andando a lavorare (si camminava sottobraccio per sei) Odilo, dicendo: “non ce la faccio, non ce la faccio”, si è accasciato per terra ed è rimasto lì.

Naturalmente ci sono quelli che sono morti perché hanno avuto la bronchite, la polmonite; ma una buona parte dei morti sono stati coloro che ad un certo punto hanno rinunciato a soffrire.

 

Intanto stavano arrivando i russi, e noi ad Hesbruck, il 13 aprile....

 

Io avevo le piaghe ai piedi e mi trovavo in una baracca che si chiamava infermeria, ma di infermeria non aveva niente. Ero esonerato dal lavoro perché proprio non potevo camminare. Per questo mi é andata bene, perché noi dell’infermeria ci hanno caricati su un vagone, di quelli da carbone, quelli aperti.

Ho fatto il viaggio in un giorno, credo, perché non è molto distante, da Hersbruck a Dachau. Chi non era ammalato, l’ha fatta a piedi.

Dachau, quando siamo arrivati noi, é stato il paradiso terrestre, per prima cosa perché c’era il sole, poi perché é in pianura, perché è in un bellissimo posto; inoltre ci siamo subito accorti che non esisteva più il lavoro, per nessuno.

Era il 14 aprile e la guerra praticamente era ormai finita, anche nei campi di concentramento. Le morti sono continuate per la denutrizione e i maltrattamenti; ma tranne l’appello, che era una formalità quotidiana....

C’era già il sole, il freddo era finito, era primavera.

Tutto sommato non volevamo stare nelle baracche, volevamo star fuori; solo che non ce la facevi a stare in diedi: pazienza.

Io mi sono preso il tifo. C’era un medico francese che mi ha visitato: tifo petecchiale.

Mi hanno messo in una baracca dove c’era l’infermeria, e lì mi hanno trovato gli alleati quando sono arrivati.

 

Al blocco 26 c’erano i preti, sacerdoti provenienti da tutta Europa.

Ce ne siano accorti perché la sera della liberazione immediatamente sono venuti alla luce, e i polacchi la prima cosa che hanno fatto, hanno detto la messa nel viale centrale del campo.

Alle cinque e mezza é arrivata la prima camionetta, era una Jeep, perché Dachau é stata liberata da una Jepp con tre uomini e una donna; e subito la messa dei polacchi.

 

 

 

 

 

 
 

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