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9 la Liberazione
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LA RESISTENZA PER LE SCUOLE 1

3 La Resistenza: una memoria non condivisa
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TESTIMONIANZE > FOTO - TESTIMONIANZA DI ESTER PINOSIO

 Autunno 1945: davanti alla sezione del Pci di Terzo d'Aquileia, posano i bambini provenienti dai paesi distrutti della ex zona libera del Friuli orientale, ospitati dai contadini della Bassa friulana.


Udine, maggio 1945: parla una rappresentante dei Gruppi di difesa della donna


La testata del giornale dei GDD

 Spilimbergo, maggio 1945: parla Ernestina Negro De Caneva, rappresentante dei GDD

 

Cividale, 15 luglio 1982

 

Intervista a Ester Pinosio, classe 1917, casalinga di famiglia operaia, reduce da Auschwitz.

Il suo primo marito, Anselmo CALDERINI, fu il primo caduto della resistenza a Cividale.

 

 

“Mi ero sposata con Anselmo Calderini: tramite lui ho capito qualche cosa sul Partito. Poi é venuta la guerra e lui ha dovuto scappare, l’8 settembre. E’ andato su in montagna. Io sono rimasta con due bambini.

Dopo 8 giorni mi ha mandata a chiamare e sono andata su a trovarlo. Sono stata due giorni con loro; poi, dopo 8 giorni, mi ha mandata a chiamare di nuovo, e quella é stata l'ultima che l'ho visto. Dopo tre mesi ho saputo della sua morte.

Poi un fascista del paese mi ha denunciato.

 

Il 28 luglio del '44 mi hanno prelevata a casa, me e una mia amica: erano tedeschi accompa­gnati da un fascista, un vicino di casa. Eravamo io, una mia amica, Lina Angeli, e una mia sorella... Io gli ho fatto vedere che avevo due bambini, loro mi hanno detto che non mi stia a preoccupare, che domani mattina mi rilasciano. Mi hanno fatto pren­dere su lo spazzolino, quello che occorreva e siamo partiti.

Siamo stati 5 giorni e 5 notti a Cividale, nella caserma degli ex-alpini, e nessuno ci ha detto niente.

Poi é venuto un tedesco e ci ha detto: "A quest'ora siete pronte!", e ci ha portato a Udine, in via. Spalato.

In via Spalato non ci hanno detto niente per 40 giorni. Dopo siamo stati interrogati tutti e cinque: uno entrava e l'altro usciva. C’era un maresciallo tedesco con un interprete. A me personalmente mi ha detto: "Adesso nessuno ti farà più del male". Ha detto diver­se cose, che nel mio paese non mi possono vedere, dov’è mio marito, perché mi vesto di nero, tutte queste cose. Io sapevo che mio marito era morto: gli ho detto che non so dov’è, come succede in quei casi. Allora lui mi ha detto che non stia a preoccuparmi, che adesso, dove mi manda, starò bene, che nessuno mi farà del male. Nel mio paese c'é una persona che mi vuol male, ma lui mi manda al sicuro. Mi raccomanda di farmi portare più vestiti possibile.

 

Il 7 settembre 1944, la sera, alle 9 é venuta una suora. Con un elenco: questa, questa e questa domani partite. Per ultima mi ha chiamata (perché mi voleva bene, la suora); mi ha detto: "Pinosio, sei anche tu". E lì é successo quello che é successo, é inutile star a dire il trauma che si passa in quel mo­mento lì.

 

E alla mattina siamo partite alle 8 dalle carceri di via Spalato, col camion, siamo andate fino alla stazione (penso eravamo una ventina, un camion solo). Hanno mi­tragliato Udine in quel giorno, hanno bombardato la stazione, di tutto hanno fatto. Comun­que siamo rimaste lì fino alle 6 di sera. Non dico tutta la gente che é passata a vederci, a darci questa cosa, quell’altra. Insomma tutti ci davano qualche cosa, ma sempre con i tedeschi e i fascisti vicino.

Venute le sei, é arrivata la tradotta da Trieste, piena zeppa. Gente di Gorizia, Trieste. Siamo partiti da Udine e abbiamo fatto 5 notti e 4 giorni. La prima tappa l’abbiamo fatta a Klagenfurt: ci hanno dato un po’ di brodaglia, non é sceso nessuno.

Dopo un'altra tappa, siamo arrivati in Cecoslovacchia.

 

In Cecoslovacchia hanno fermato la tradotta, c'era una donna lì che vendeva pomodori. Ci ha chiesto dove si andava. Nessuna ha saputo ri­spondere; una ha detto: “Forse andiamo ad Auschwitz”. E questa si é messa le mani sui capelli.

Bene o male siamo arrivati là. Sempre accompagnati dai fascisti.

Quando siamo arrivati alla stazione ad Auschwitz, un fascista ci ha detto: "Vi lascio in buone mani. Mangerete come pranzo pommarola in coppa".

 

Erano le sei di sera, mi ricordo anche l'ora. Lì abbiamo visto sfilare i primi cadaveri viventi, diciamo così. Ci hanno portate in uno stanzone, ci hanno denudate del tutto, rapate dappertutto, rubato tutto­ quello che si aveva: siamo rimaste nude come uno che nasce. Erano in serie: uno rapa­va, uno rubava, uno marcava il numero (il mio é 88602).

Di lì ci hanno portate in un ­altro stanzone. Ci hanno dato un vestito con le maniche corte, un freddo da crepare.

Un paio di zoccoli lunghi così, di legno. Un paio di mutande e questo vestito sopra.

Io mi ricordo che avevo un vestito a fiorellini di seta, con un freddo che si batte­va i denti. E ci hanno lasciato tutta la notte in un altro stanzone. Tutta la notte­, sole a battere i denti per il freddo.

L'indomani mattina ci hanno prese e ci hanno por­tate in un altro bagno, nude un'altra volta: siamo state quattro ore nude, sedute sulle panche. Poi di lì ci hanno prese, ci hanno portate giù, spidocchiate in quei 4 peli che ci erano rimasti sulla testa: un liquido sulla testa. A mezzogiorno ci hanno portate nel cortile, ci hanno dato una zuppa di orzo, come fosse stata avena, io penso, una cosa del genere.

Quel giorno c'é stato un bombardamento tremendo nei dintorni del campo.

Dopo che erano stanchi di farci di tutto (ci hanno sfibrate in tutte le maniere, chi piangeva, chi una cosa, chi l'altra) é arrivata la notte, ci hanno portate nel block: avevamo nel block 22.

Pieno zeppo: eravamo in 5 in una coja, perché loro la chiamavano coja, il letto, la cuccia, in tre piani, e io ero nel mezzo. Eravamo io, due vicino a Udine, una della Carnia e una qui del Friuli, che si dormiva in 5; una per i piedi, una per la testa: insomma era tutto un crocevia lì!

Alla mattina alle 4: Aufstehen, l'appello, poi a prendere quel po' di caffè che ti davano la mattina, quel cjai che dicevano loro, quel te (era acqua). E lì botte, gira da una parte, gira dall'altra, se si ritardava magari 10 minuti, apriti cielo!

 

Torno un passo in­dietro. La prima notte che abbiamo passata nel block 22, sono uscita di notte: si doveva uscire di notte, o per la pipì o una cosa o l'altra. Vedevo un fumo, un chiaro, delle fiammate, diciamo. E un odore acre da morire. Non sapevo, perché si era appena arrivate. Sono entrata dopo e ho chiesto: "Dio, ho sentito un odore fuori...”. "E non  sai cos’è?". "No", ho detto a quelle che erano arrivate prima di noi con la tradotta.

“Sai che bruciano i cadaveri?”. Tanto ci si abitua a tutto, ho detto, ormai peggio di così non va.

 

La mattina alle 4 l'appello, alle cinque di sera l'altro appello.

La prima sera che si era all'appello mi ricordo che é passato un camion e rimorchio. Vedendolo passare, non abbiamo fatto caso. Tornando indietro, era pieno di cadaveri, pieno zeppo, e traballa­vano, facevano così... Beh, tutte ci siamo messe a piangere. Era una cosa... Non so se mi posso spiegare, la prima volta che vedi una cosa del genere, non so se é il caso di poter spiegare.

Invece dopo, la seconda sera, eravamo già abituate a tutto, diciamo così: ci siamo messe tutte a ridere; perché infallibile era un camion e rimorchio, e solo di quel block, solo del nostro block e dell'ospedale che faceva parte del nostro block. Ogni sera il camion e rimorchio di cadaveri.

Dieci minuti dopo vedevi il comignolo che mandava queste fiamme tremende: bruciavano la sera, almeno per quello che ho visto io, perché dopo, di giorno, si girava, si andava a lavorare per il campo, si trasportava una cosa, si trasportava l'altra, in modo che non si stava mai ferme, e sempre con questi zoccoli famosi nei piedi.

 

Intanto son passati 40 giorni: abbiamo fatto lì 40 giorni d'inferno.

Un giorno un'amica mi dice: "Vieni a vedere un po’ in quel...”: era come un garage, una baracca, una cosa del genere. "Guarda, dice, dentro in questo buco". Chissà cosa sarà, non sarà mica qualcosa da mangiare? Guardo in questo buco: era pieno di cadaveri fino al tetto, messo uno sopra l'altro, buttati là.

 

Verso i 40 giorni é venuto il mercante di schiave. Sarebbe stato un rappresentante di fabbrica: noi lo si chiamava il mercante di schiave. Ci ha messe in fila, sceglievano quelle che avevano un po' di carne addosso. Erano in due e un tedesco della SS che fa­ceva parte del campo. Ci hanno fatto venire fuori dal blocco, messe in riga, sceglieva: tu, tu, tu, tu, tu, op; tu, tu, tu, tu, op! Portate via.

C'era un mucchio di scarpe come questa casa, un mucchio di vestiti (sempre dentro nel campo), e lì ognuna si dove­va prendere un vestito, un paio di scarpe e un paio di mutande.

Io per disgrazia, con la premura, perché c'era una bestia di tedesca con un legno dietro di me, che se non facevi svelta erano botte, ho preso una scarpa rossa e una scarpa nera, e ho fatto tut­to il tempo così e tutti mi ridevano, ma io me ne fregavo. E un vestito nero fino in fondo, però dopo me lo sono tagliato e mi sono fatta una specie di ventriera.

 

Di lì ci hanno messe 60 per vagone, con un pezzo di pane e un pezzo di margarina per 5 giorni: quand'era mezzanotte, io penso che nessuna aveva più niente: si aveva mangiato tutto. Dopo per 5 giorni abbiamo solo digiunato.

 

Siamo arrivate a Chemnitz.

Lì ci hanno portate in una fabbrica, e siamo state fortunate, per dire la verità. La mia fortuna é stata lì; altrimenti non tornavo.

Prima ci hanno fatto fare delle prove, con dei ferri, con diverse cose, poi ci hanno messe in diversi reparti (eravamo circa 500); io con una squadra sono andata a lavorare in una fabbrica fuori, lì si faceva 12 ore di giorno e una settimana di notte, sempre 12 ore. Quando ti toccava lavorare di notte, non vedevi niente, né acqua né niente. Invece se si lavorava di giorno, a mezzogiorno ci davano 10 minuti di riposo...

 

Si faceva degli interruttori di bombe, di mitragliatori... Insomma era tutto lavoro bellico. Non mi ricordo il nome della fabbrica. Per dire la verità, non mi sono mai chie­sta che fabbrica fosse: si lavorava con rassegnazione.

Io facevo interruttori, praticamente facevo un buco, perché era lavoro in serie. Io avevo la macchina che tiravo, e lì facevo un buco in questo interruttore. Sempre un buco.

Ci sorvegliavano due "maestri" e tre tedesche, e poi la solita polacca.

Praticamente, quando si esce dal campo di concentramento... Il mangiare era uguale che ad Auschwitz... ma era una fortuna lavorare in fabbrica, perché se rimanevo proprio ad Auschwitz era difficile sopravvivere. Chi era 4/5 mesi che era là, non sopravviveva: là si lavorava in campagna, sotto la piog­gia. In fabbrica era già differente, perché per esempio non pioveva, non c'era tanto freddo d'inverno. Anche come dormire: eravamo in due per letto, dopo. Ma molti sono morti anche lì: tanti hanno preso la TBC... Fossa comune e buona notte!

Ma, eri ammalato o non eri ammalato, dovevi andare a lavorare. Io un giorno avevo 39 di febbre, col mal di gola: sono andata in revier (infermeria) a chiedere: mi hanno dato un 4 gocce di Bella­donna, e via.

 

Quando ero ad Auschwitz, ho visto un giorno la “stubova" (era quella che sorvegliava una stanza, una stube; la blockova sorvegliava il block intero. Noi si aveva due tedesche; una era una bestia, mi ha dato tante di quelle botte a me che un giorno, se non mi scanso, mi ammazza con una pala; due per turno...)…

Un giorno ad Auschwitz abbiamo vi­sto una squadra di polacche che camminava con le ginocchia e con un mattone in mano co­sì... Si vede che avevano fatto qualcosa, una punizione. Le hanno fatte camminare per un bel pezzo di strada. Si sono alzate su: avevano le ginocchia...

 

Poi un giorno ho visto arrivare la tradotta di ebrei. Ho visto una signora che aveva un bambino piccolo in braccio.. E col correre, perché là si doveva sempre correre, quest'ebrea é inciampata, é caduta, e il tedesco le ha ammazzato il bambino. 10 minuti dopo vedevi il forno che andava, il camino che fumava, una puzza che non resi­stevi.

 

Come si reagiva? Niente: oggi a lei, domani a me. Quando vedevi una per esempio che cadeva per terra, che rimaneva lì: disgraziata, si diceva, oggi a te, domani a me.

Si aveva fatto talmente il cuore duro, che non sentivi pietà per nessuno. Lottavi solo per la sopravvivenza. Per esempio vedevi un pezzo di pane: fosse stata tua madre, fos­se stata tua sorella, eri capace di ucciderla...

Quando é cominciata questa maniera di vedere le cose? Io penso un 8 giorni dopo, quando ci siamo proprio reso conto, vedendo l'ambiente, parlando con le amiche (perché su­bito non puoi farti l'idea).

Come prima reazione, mi ricordo, avrò pianto un 24 ore. E non solo io, tutta la nostra compagnia. Abbiamo cominciato a piangere quando siamo scese dal treno, e penso di aver smesso, non so, quando é finita la guerra. Ma i primi giorni, 8 giorni consecutivi noi abbiamo solo pianto. Dal freddo, dalla fame, dalla stanchezza E poi l'avvilimento, l'abbrutimento, veder tutta questa gente scheletrita, metà rapate, tutte che chiedevano, che rubavano, che si assalivano l'una con l'altra   per vedere se trovavano un briciolo di pane, oppure per vedere se trovavano un radicchio per la strada, una buccia di patata, oppure una buccia di rapa: é lì che subentra dopo questo fatto, é da lì che arriva questo fatto della sopravvivenza; perché quando vedi che o lotti o muori, penso che tu sia costretto...

 

Io non pensavo di farcela; ho preso un po' di coraggio quando abbiamo sentito lì, che il fronte era vicino: allora abbiamo detto: beh, forse forse ce la caviamo.

 

Quando si é sentito il fronte avvicinarsi, una sera é venuto un bombardamento, hanno buttato giù la città completamente. Noi, ci avevano portato nel rifugio, con loro, i tedeschi, no? Mi ricordo che dalle pareti che sono cadute entravano le fiamme. L'indoma­ni mattina, finito il bombardamento, siamo andati a portare via le macerie. I comignoli che cadevano così, pala e picco e dei secchi, si prendeva le macerie e se le ammucchiava in un altro posto. Di lì le portavi là, di là le portavi là, in modo che venisse          sera, per non farti star senza far niente. La fabbrica era chiusa, ormai era andata giù.

 

Poi abbiamo girato ancora un tre campi. La città era finita ormai, non era niente più. Allora ci hanno portate in Cecoslovacchia, però ce l'hanno fatta fare quasi tutta a piedi.

Abbiamo camminato per la strada, fame da morire, non ci hanno dato niente, neanche così. 10 tedeschi di dietro col mitra, un pochi erano davanti, avevamo le tede­sche di qua, di là i cani. Era tutto il gruppo delle 500 donne.

Abbiamo camminato praticamente tutta la giornata fino alla sera tardi, credo che siano state le 11; e ci hanno portate in una stazione.

Niente da mangiare; si cercava di andare nei fossi a prendere qualche cosa: ti arrivavano dei sassi così di dietro, o che ti mandavano i cani a farti correre. E io non so come ce l'abbiamo fatta: quel giorno io penso che... quel giorno sì si pensava di lasciare la ghirba lì. Comunque dopo siamo salite su questo treno, ab­biamo viaggiato un altro po’. Lì ci hanno dato... Ma pensare... io non lo so: dopo due giorni che non si mangiava niente, ci hanno dato un pezzo di carne. E' venuta una dissen­teria a tutti! E chiusi dentro nel vagone. Io non so come abbiamo fatto. Cose inimmagi­nabili. Come si fa?   

 

E ci hanno portato in un altro campo, in Cecoslovacchia: Leitmeritz. Lì siamo state 8 giorni. Lì, dico la verità, non abbiamo lavorato, perché era il fronte che avanzava.

Lì c'erano uomini, donne: era tutto un movimento di gente che andava, che veniva... Mangiare sempre poco.

E poi via un'altra volta: siamo andate un po' a piedi un po' col treno un'altra volta, e siamo andate a Teplice, sempre in Cecoslovacchia.

Lì hanno fatto la cernita e ci hanno portate a lavorare alla stazione. Lì si scaricava bombe, tutto materiale bellico.

 

Intanto siamo arrivate all'8 maggio, sempre lavorando lì. Verso il 5 di maggio abbiamo trovato un capitano alla stazione dove si lavorava, che si scaricava, e ci ha chiesto di dove siamo. E una parlava tedesco e ha detto che siamo italiane. E lui ci ha detto: “Oh, l'Italia é finita, Mussolini l'hanno impiccato, kaputt; pochi giorni, poi finisce anche qua".

E difatti alla sera alle 7, del 7, non ci hanno fatto neanche l'appello. E noi abbiamo detto: ma come mai stasera non ci fanno l'appello? Sarà successo qualche cosa!

Siamo andate a dormire come il solito. Avevamo il campo invaso dalle cimici, che non ci lasciavano riposare 10 minuti. Alla mattina alle 8 ci siamo alzate e non abbiamo visto neanche l 'ombra di un tedesco: tutti spariti. Abbiamo detto: cosa dobbiamo fare, adesso?

Mah, cosa facciamo; cosa non facciamo, intanto andiamo a cercare se c'è qualcosa da mangiare.

Di là c'erano i francesi, ci hanno dato qualcosa: chi ha preso un pez­zo di pane, che ha preso un pezzo di margarina. Abbiamo messo quattro stracci che ave­vamo, asciugamani; io avevo sempre una scarpa rossa e una scarpa gialla.

Ho detto: andiamo a casa. Da che parte andiamo? Beh, andiamo da questa parte. E ci siamo incam­minate in 5 di noi, friulane.

 

Per primo che abbiamo trovato, abbiamo trovato una camionetta con degli sloveni. Ci hanno detto dove andiamo. "In Italia!" e loro ci hanno detto: "Buttatevi dentro nei campi, nascondetevi, perché da questa parte é il fronte russo che viene avanti, lì sono i tedeschi in ritirata, non so cosa vi può succedere".

Noi abbiamo camminato, un po' per i campi, un po' per la strada, un po' per i fossi, un po' di qua, un po' di là, sempre sotto i bombardamenti, tutta la giornata. Quanti morti quel giorno, io non so dire. E i tedeschi in ritirata... Cose da far spavento solo ad avere in mente quella giornata lì. Mangiare niente, tutta la giornata.

Alle 7, alla sera, si cominciava a sentire: dundun, dundun, dundun: tutto un movimento.

E cos'era? Erano i carri russi che avanzavano. Perché prima di tutti si sono presenta­ti i carri russi. Quando abbiamo visto questa stella rossa sul carro armato... Il primo é passato e ci ha fatto segno di andare in parte, il secondo però si é fermato e ci ha buttato giù quello che aveva: pane, burro, liquori, sigarette, cioccolata: di tutto.

Chissà quante sono morte dopo... Io ho mangiato, mi ricordo come fosse ades­so: ho preso la pagnotta del pane in una mano e un pezzo di margarina nell'altra, mi sono seduta in un fosso e ho detto: voi andate sull'ostia dove volete, io mi fermo e mangio questo pane e questa margarina.

Invece Elvia, la Bergamasco, quella di Manzano, ha trovato un carretto, era pieno di carne di maiale. Dalla fame che aveva ha mangiato carne cruda di maiale. Le é venuto il tifo pidocchioso. A Praga l'abbiamo lasciata, perché aveva 41 di febbre. E' tornata, ma per merito di una dottoressa russa, perché era spacciata, la Elvia. Ed é arrivata a casa un due mesi dopo di me.

 

Praticamente di lì, dopo, é successo un finimondo: e coi cosacchi, e coi russi. Noi siamo state poco, siamo state 5 giorni, perché avevano visto che noi proprio...

Diamo un taglio.

Però abbiamo trovato un ufficiale. Si era una sera in una villet­ta a dormire, in 5, ed é venuto questo ufficiale a battere la porta. Abbiamo detto: Mirella, ti prego, o non aprire, o parla prima, senti in quanti sono per lo meno. Lei va vicino alla porta e dice: chi é? E allora lui dice: sono un ufficiale russo. E lei ha detto: guar­di che siamo in 5 donne, siamo italiane, siamo state prigioniere fino a ieri...

E lui ci ha detto gentilmente: guardate, non abbiate paura, che sarò rispettoso e non vi darò nessun disturbo. Difatti é entrato, ci ha salutate tutte, ci ha dato la mano, poi si é fatto un letto per terra e ha dormito lì. La mattina si é alzato, si é fatto la barba e se ne é andato per i cavoli suoi. Quel giorno stesso abbiamo trovato i meridio­nali, gli italiani nostri e ci siamo unite con loro. Con loro ci siamo salvate e siamo arrivate fino a Bolzano.

Un po' a piedi e un po' camminando.

Avevamo un carro con dei cavalli, e allora a turno ci si riposava qualche ora, ma il resto...

 

Abbiamo passato tutta la Cecoslovacchia, camminando. Ad un certo punto sono venuti gli americani. Ci hanno prelevato loro, poi ci hanno portato a Linz, in Austria, e sempre cam­minando. Ma prima che venissero gli americani, abbiamo dormito una notte a Praga, poi si dormiva sempre per i campi. E lì abbiamo fatto 40 giorni.

Lì si ammazzava cavalli, ci si faceva so­li da mangiare, ci si arrangiava come si poteva. Per la strada si portava via cavalli, perché c'era di tutto per la strada, sulla ritirata. Noi abbiamo ammazzato diversi cavalli; farina, abbiamo rubato farina, e dopo si andava a chiedere per le case, lì a Linz: ci davano qualche cosa. E abbiamo vissuto lì 40 giorni, praticamente.

 

Dopo ho tro­vato, un giorno, uno di Cividale, qui, del mio paese. Mi ha chiesto: "Sai niente di Cividale?". "Mah, so che sono quelli di Tito che vogliono occupare Cividale”.

Ci hanno messo sui camion una mattina, ci hanno portati alla stazione e siamo andati fi­no a Bo1zano. A Bolzano é venuta l'Opera pontificia, ci ha caricati sulle corriere...

Io sono tornata dopo il 25 di giugno... Ci hanno portato a Udine al Rex, dove era il vecchio Rex. Lì era in raduno di tutti i reduci...

Come sono uscita da Tepliz, io pesavo 33 chili; e dopo, a Linz, si mangiava, mi sono ripresa.

Ero gonfia così, dopo.

 

(sul piano psicologico l’esperienza é stata superata abbastanza bene)

 

“Sa perché? Io penso questa cosa, perché talmente la gioia di essere sopravvissuti, che non abbiamo pensato tanto al male che abbiamo sofferto.

Io penso che sia stato questo. Io non mi sono fatta un trauma, dopo, di tutto quello che ho passato, di quello che ho visto. Ho detto: ho portato a casa la pelle, ho trova­to a casa i miei figli vivi, sani, e bene mia mamma. Quello che é stato é stato, devo continuare a vivere. ..".

 

(L'esperienza dal punto di vista del suo essere donna)

 

“Come donna, eravamo totalmente, come dire, annullate; non ignorate, perché ignorate era una cosa troppo lussuosa, peg­gio: annullate completamente, come una cosa che non fosse esistita.

Noi donne, per tut­ta la Germania, per tutti i tedeschi, per tutto il genere che era là, noi si era meno di questo filo. Proprio annullate completamente, di fronte agli uomini, di fronte alle donne... Perché anche le donne, le cape... Ci passavano vicino: pam! Se non eri sull'attenti: brunf!

 

Io penso che sia stato peggio per gli uomini. Perché un uomo soffre meno nella vita di una donna. Forse perché io avevo già sofferto tanto. Perché mi avevano ammazzato il ma­rito, era tre mesi che era morto e io non sapevo niente. Io avevo 26 anni, avevo due figli e non avevo una lira in tasca. Io non avevo 100 lire in tasca, il giorno che ho saputo che era morto mio marito.

 

Ecco cosa mi commuove, a me: queste cose qua. Forse il mio travaglio più forte, più grande, l'ho passato lì. Perché dopo ho detto: il posto di mio marito, lo voglio prendere io. Quello che posso fare per la resistenza, lo fac­cio. E mi pareva che, essendo là via, soffrendo in quel sistema, io già partecipavo alla lotta in Italia. Questo mi ha sollevato, tanto tanto tanto. Ecco, perché io la mia esperienza l'ho fatta da 25 - 26 anni. Quando mi é morto il marito, sono rimasta sola, che non potevo piangere perché erano i tedeschi vicino, poi questo fascista che mi mar­torizzava tutti i giorni...

Il trauma della mia vita io penso di averlo passato già prima; forse sarà stata l'età, forse il sistema che lui é morto: erano tre mesi che non sapevo niente di lui; chiede­vo qua, là: lo avete visto? sapete dov'é? C'era mia suocera, che già sapeva che lui era morto; andavo da lei, chiedevo: mamma, ha saputo niente di Anselmo, com'é, come non é? E lei diceva: mah, sarà andato in Jugoslavia. E sapeva. Lì é il trauma della vita, sa?

E dopo un giorno sono andata su per il pane, a Civida1e, con la mia amica.

E trovo una, una signora, una donna, lì, e le dico: senti, é venuto giù Zoilo? (Sarebbe suo cognato, che era con mio marito). Sì, é ritornato, dice, magari pieno di pi­docchi, ma in fondo é ritornato. Solo tu sei stata disgraziata, mi ha detto.

Ma come, ho detto, perché sono stata disgraziata?

Ma come, dice, non sai che tuo marito è morto che son tre mesi già?

Ecco, io mi trovavo in mezzo alla gente in una bottega a prender del pane, e sentendo dire queste cose, io non so se...

E' una cosa troppo grande...

Io credo che quella cosa lì sia stata più grande di me.

Come l'ho sopportata? come ho reagito? Come ho reagito io in quella volta lì, credo siano stati pochi, sa? Perché mi toccava sempre piangere quando non mi vedevano, anche per i bambini.

Lui era morto il 6 ottobre del '43 ancora, il primo caduto. Il 16 di settembre é partito. Io forse credo che ho superato tutte le mie disgrazie dopo, perché pensavo solo a quella cosa lì. Dicevo: lui é morto per questa causa. Se posso far qualche cosa, se posso sopravvivere, magari andando a casa, dedicarmi ai figli, fare qualche cosa che sia possibile fare.

 

Sono andata a lavorare, dopo, perché non ho mica avuto niente da nessuno, sa? Non stia a credere, nessuno mi ha dato niente, per quello ho dovuto cercarmi lavoro, mi hanno messa in una fabbrica qui a far da mangiare a 150 operai. Allora in quella volta la salute non l'avevo proprio, perché mi sentivo proprio tutti i giorni che andavo giù, giù, giù.

Intanto sono stata 11 mesi senza aver mestruazioni.  Ho dovuto andare all'ospedale, dopo, a farmi un raschiamento, perché mi era venuto l'utero come una noce.

 

Io credo di aver superato la vita del campo forse più per quello che per tutto, perché io vivevo solo per quella di dire: vado a casa, ho due bambini, voglio vedere dove hanno sepolto mio marito.

Era sepol­to su a Pelliano, in comune di Pulfero. E' qui a Cividale adesso. Quando sono venuta a casa, gli avevano già fatto il funerale e tutto. Non ho avuto la soddisfazione di venire a casa per il funerale. Di me non sapevano niente, se ero viva o se ero morta.

 

Io non dico di aver fatto per la resistenza chissà che cosa: qualche cosa mi pare di averla fatta. Perché a Cividale abbiamo fondato, noi, la Difesa della don­na in quella volta: c’era Irma, che veniva su di Udine, io, un'altra mia amica che é morta, e un'altra ancora: eravamo in quattro.

Ci si trovava in una casa, e là si parlava: dobbiamo far questo, dobbiamo far quell'altro. Magari un manifestino, magari un paio di calzetti, in quella volta, subito dopo il '43. Qualunque cosa, era sempre un aiuto che si dava.

Ecco, io ho cominciato così. Io avevo già l'idea mia , ma per cominciare con la resi­stenza, ho cominciato così.

La sera che mi hanno prelevata, se andavano in casa mia, la tro­vavano piena di robe. Avevo dei manifesti, avevo delle stelle rosse, avevo diverse co­se. Invece non hanno perquisito, non hanno fatto niente, è andata liscia.

Ecco, questo io penso che sia stato.

 

In campo di concentramento c'era odio, e anche l'odio aiuta, aiuta tanto, ti dà sprint. Perché se dici: perché quella là fa così? Aspetta che provo a farlo anch'io. Magari là c’era una buccia di patata: chi prima arriva la prende.

E per i tedeschi era un odio perenne: per me é anche oggi, sa? Guardi che i polacchi e i tedeschi per me non esisto­no, e i fascisti. Son tre cose che per me sono annullate.

Io quando devo dire una paro­la di disprezzo a una persona, le dico fascista, non le dico nient'altro. Per conto mio, dicendo fascista a uno, gli ho già detto tutta la peggior... specie di parole che esistano in questo mondo.

 

Ecco, io mi sfogo così”.

 

 

        

 

 

 

 
 

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