Sulla Resistenza ci abbiamo campato tutti
E’ abitudine diffusa sporcare e relativizzare tutto.
Anche le scelte più generose, quei "quarti d'ora di poesia" da cui tutti provengono e campano.
È il caso della Resistenza e cercheremo di dimostrarlo.
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Siamo del febbraio 1947. A Parigi, al Congresso di pace, si sta discutendo del destino dell’Italia, responsabile, insieme a Germania e Giappone, della tragedia della seconda guerra mondiale.
Di fronte ai Vincitori (Stati Uniti, Gran Bretagna, Unione Sovietica, Cina, Francia, Australia, Belgio, Bielorussia, Brasile, Canada, Cecoslovacchia, Grecia, Etiopia, India, Paesi Bassi, Nuova Zelanda, Polonia, Ucraina, Jugoslavia, Sud Africa) prende la parola il Presidente del Consiglio italiano, Alcide De Gasperi.
Così inizia il suo intervento: “Prendendo la parola in questo consesso mondiale, sento che tutto, tranne la vostra personale cortesia, è contro di me”.
Ma poi gioca l’unica carta di cui dispone, quella della Resistenza.
E proprio per mezzo di quella carta, ottiene che nel preambolo del trattato di pace che ci riguarda ci sia per gli italiani la definizione di “cobelligeranti” dalla data del 13 ottobre 1943, data in cui l’Italia del Sud dichiara guerra alla Germania. Da quel momento partigiani e soldati del CIL diventano combattenti al fianco delle nazioni democratiche.
Le conseguenze:
mentre la Germania fu divisa in quattro o dopo in due fino al 1989;
mentre il Giappone ebbe una costituzione dettata dal generale americano Mc Arthur e riottenne la sua sovranità solo nel ’52 e con il permesso di armare solo una polizia con funzioni di ordine pubblico,
l’Italia poté scegliere liberamente la sua forma istituzionale (la Repubblica) e le regole del vivere democratico (la Costituzione).
Per questo le radici della nostra Repubblica affondano nella Resistenza, ma non c’è peggior cieco di chi non vuol vedere, né peggior sordo di chi non vuol sentire.
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